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A Nicola Ferrari il premio Archeofilm: da Venezia a Pantelleria
04/09/2026Da Venezia a Pantelleria, due modi di guardare il cinema. A Nicola Ferrari il premio Archeofilm
di Lucia Boldi
A Venezia il cinema sfila sul red carpet. A Scauri arriva in piazza.
Da una parte il Lido, i flash, gli abiti da sera, le star, i fotografi. Dall’altra Pantelleria, una piazza affacciata sul Mediterraneo, le case tutt’intorno, il porto poco più in là, le sedie davanti a un grande schermo e il cielo dell’isola al posto del soffitto.
Così, mentre Venezia si prepara al suo grande rito internazionale del cinema, a Scauri si è concluso Pantelleria Archeofilm. Un festival infinitamente più piccolo, certo, ma con un privilegio che Venezia non può avere: qui molti dei luoghi raccontati sullo schermo sono appena fuori dall’inquadratura. Basta voltarsi.
E a vincere il primo premio assegnato dal pubblico è stato proprio un film che Pantelleria la guarda sopra e sotto la superficie, “La terra di Yrnm”di Nicola Ferrari.
Ferrari sembra portarsi addosso un’altra idea di cinema, lontana dalle formalità. Magrissimo, capelli grigi, ricci e lunghi sulle spalle, una grande barba bianca, bermuda e T‑shirt candida sotto una giacca di lino grigia, quasi a concedere qualcosa all’ufficialità della serata. Nicola Ferrari ha l’aria di uno che potrebbe essere arrivato a Scauri da una barca, da uno scavo archeologico o da un viaggio durato parecchi mesi. Sul viso abbronzatissimo spiccano due grandi occhi verdi.
Lui si definisce “un montanaro della Maiella”. E forse è una definizione che gli somiglia più di qualunque ritratto: qualcosa di ruvido e libero nell’aspetto, un modo immediato di stare tra la gente e, dietro, lo sguardo attentissimo di chi osserva prima di raccontare.
Un montanaro, dunque, arrivato su un’isola in mezzo al Mediterraneo. E che a quell’isola, evidentemente, si è legato parecchio.
Ed è proprio sul suo aspetto che, poco prima della premiazione, Ferrari ha scherzato conversando con Valeria Li Vigni, vedova di Sebastiano Tusa e presidente della Fondazione a lui intitolata.
Perché dietro “La terra di Yrnm”c’è anche una piccola storia familiare.
Il suocero, papà di Anna Silvia, professore e pantesco, per motivi di salute non poteva più venire a Pantelleria. E allora Ferrari decise che sarebbe stato lui a portare Pantelleria dal suocero.
Con una telecamera.
C’era però, almeno nel racconto ironico che ne fa oggi il regista, anche un’altra questione da risolvere. Come avrebbe fatto un rispettabile professore universitario ad accettare un genero che “sembra un barbone”?
La battuta è sua e fa inevitabilmente sorridere.
Forse bisognava dimostrare al suocero che dietro quell’aria bohémien c’era un documentarista serio.
Così Pantelleria entrò dentro un film.
E quella che era cominciata anche come una dichiarazione d’amore familiare è diventata “La terra di Yrnm”, un documentario che anni dopo è tornato nel luogo in cui era nato e proprio qui ha conquistato il pubblico.
Quattro i lavori in concorso a Pantelleria Archeofilm: Il fuoco del Mediterraneo di Gil Kebaïli, Roberto Rinaldi e Luc Marescot, viaggio nelle profondità vulcaniche delle Eolie; L’antica nave del vino di Riccardo Cingillo, dedicato al relitto romano individuato nel golfo dell’Isola delle Femmine; I Leoni di Lissa di Nicolò Bongiorno, sulla battaglia navale del 1866 e sulle successive esplorazioni subacquee; e La terra di Yrnm di Nicola Ferrari.
Realizzato nel 2022 e prodotto da Anna Silvia e Obiettivo Mediterraneo, con la consulenza scientifica di Sebastiano Tusa e Valeria Li Vigni, “La terra di Yrnm” racconta un’isola diversa da quella immediatamente riconoscibile delle cartoline.
Perché Pantelleria non è soltanto ciò che mostra. È anche ciò che nasconde.
Sotto la terra attraversata ogni giorno, sotto le vigne, le strade, le pietre, esiste un’altra isola. Quella che archeologi e studenti provenienti da diversi Paesi continuano a interrogare, tornando anno dopo anno a scavare, studiare, catalogare e riprendere il filo lasciato l’estate precedente.
E nel documentario c’è Sebastiano Tusa.
La sua voce, la sua passione, il suo modo di guardare alla storia non come qualcosa di immobile e sepolto, ma come una materia ancora capace di parlare al presente.
Per questo la proiezione aveva inevitabilmente qualcosa di particolare.
Pantelleria Archeofilm si inserisce nella Rassegna del Mare dedicata proprio a Tusa e vedere la sua immagine tornare sullo schermo, davanti a Valeria Li Vigni e al pubblico dell’isola che tanto aveva amato e studiato, ha accorciato per qualche momento la distanza fra memoria e presenza.
Ma Nicola Ferrari non ha finito di raccontare Pantelleria.
È in uscita un altro suo documentario, “Ogni giorno e ancora”, sottotitolo La gioia della cura, questa volta dedicato alla disabilità e alla vita quotidiana di chi la affronta sull’isola.
Un tema che Ferrari riassume con un’espressione semplice e molto concreta: a Pantelleria la disabilità può diventare più “pesante” che altrove.
Perché essere un’isola significa bellezza, libertà, identità, ma significa anche distanza. E quella distanza, quando servono cure, servizi, assistenza, opportunità o semplicemente la possibilità di muoversi con facilità, cambia peso.
Dall’archeologia alla disabilità sembrerebbero due storie lontanissime. Forse non lo sono.
In entrambe Ferrari sceglie di guardare ciò che normalmente resta fuori dall’inquadratura: in “La terra di Yrnm” quello che Pantelleria custodisce sotto i nostri piedi; in “Ogni giorno e ancora” quello che spesso non vediamo nella vita delle persone che incontriamo ogni giorno.
Mercoledì sera, però, l’ultima inquadratura era tutta per lui.
Nicola Ferrari si è alzato dalla sua sedia ed è andato a ritirare il premio del pubblico. Gli stessi grandi occhi verdi con cui sembra osservare e interrogare l’isola, questa volta accompagnati da un sorriso. Chissà se tanti anni fa riuscì davvero a convincere il severo professore che poteva essere un genero presentabile.
Di sicuro, mercoledì sera, ha convinto Pantelleria.

Lucia Boldi, nata a Palermo nel 1961, ama definirsi una collezionista di storie e di emozioni. Da giovanissima ha firmato articoli di attualità per il giornale L’Ora. Negli anni ottanta, nella storica via Libertà, ha aperto una boutique, diventata presto luogo di nicchia per le appassionate di moda. Per quasi quarant’anni ha ricercato la bellezza nei vestiti e fatto emozionare tante donne grazie alla linea ardita di un abito, alla consistenza eterea di un caftano in seta o alla forma originale di una collana. Quando la moda ha smesso di darle il batticuore, ha scoperto che con la penna poteva ricreare lo stesso incanto. Scegliere le collezioni o scrivere libri sono due attività che, a suo dire, si somigliano: si tratta sempre di esprimere la propria personalità e i propri sentimenti, anche se in maniera diversa. Cucurummà è il suo romanzo d’esordio.

