Stamattina l’isola si è svegliata con una coltre di neve alle quote più alte. Il…
Quelli che restano. E quelli che tornano. Due prospettive diverse, la Pantelleria di Speranza Casillo
07/09/2026Quelli che restano. E quelli che tornano.
Giacomo Policardo e Lucia Boldi raccontano, da due prospettive diverse, la Pantelleria di Speranza Casillo
Un libro può cambiare a seconda di chi lo legge. “Quelli che restano” di Speranza Casillo ancora di più, perché parla di appartenenza, permanenza e di un’isola che d’inverno si mostra diversamente. Abbiamo deciso allora di raccontarlo separatamente: Giacomo Policardo, pantesco, dalla parte di chi resta. Lucia Boldi dalla parte di chi, ogni anno, parte. E ogni anno torna.
LO SGUARDO DI CHI RESTA
Quando l’inverno diventa protagonista: “Quelli che restano”, la Pantelleria che non tutti conoscono
di Giacomo Policardo
Un libro, ancora una volta la Cantina D’Ancona e ancora una volta UNIPANT per l’ultimo evento della stagione.
Con l’arrivo dell’inverno, Pantelleria cambia volto. L’isola che durante l’estate mostra tutta la sua frenesia, con i turisti che la affollano, il mare quasi sempre calmo, il vento spesso assente, i negozi aperti fino a tardi e alcuni ristoranti che lavorano esclusivamente nella bella stagione, lascia spazio a una realtà completamente diversa.
Ed è proprio da qui che parte il racconto di Speranza Casillo, autrice di Quelli che restano, presentato nell’ultimo evento della stagione alla Cantina D’Ancona, ancora una volta con la collaborazione di Francesca Marrucci.
Secondo Speranza, la vera Pantelleria è proprio quella che resta quando i turisti vanno via.
Una Pantelleria capace di conquistarti attraverso il suo vento, il suo mare, la sua natura selvaggia. Anche quando il mare è agitato e il vento sembra voler mettere alla prova chi vive sull’isola, c’è qualcosa che continua ad attirare.
Speranza, però, tiene a precisare di non essersi innamorata di Pantelleria nel modo in cui spesso si sente dire: “Pantelleria, la mia isola”. Il suo rapporto con questo luogo sembra piuttosto nascere dalla conoscenza progressiva della sua natura e, soprattutto, delle persone che la abitano.
Ieri sera, alle parole di Speranza si è aggiunta anche la musica. Giorgia Renosto ha interpretato tre canzoni, tra cui Stranizza d’amuri, ha proposto un suggestivo duetto di voci sulle note di un brano arabo e ha poi concluso con Reginella. Ketty D’Ancona ha letto due brani, uno di apertura e uno di chiusura, e ci ha fatto intravedere un po’ della Pantelleria racchiusa nel libro.
A un certo punto Francesca Marrucci ha posto all’Autrice una domanda semplice ma centrale: chi sono “quelli che restano”?
Ed è forse proprio questo il cuore del libro.
Perché d’estate siamo abituati a vedere una Pantelleria fotografata, ma quella non è necessariamente tutta l’isola.
L’inverno permette di vedere un’altra Pantelleria
Speranza non nasce come scrittrice. Prima di arrivare sull’isola si occupava di altro, di marketing e design, e in Qatar aveva una vita completamente diversa.
Durante la presentazione ha raccontato anche un episodio apparentemente semplice, ma significativo.
Un giorno, mentre si trovava in un dammuso, si rompe la cisterna e successivamente anche la pompa dell’acqua. Un problema che in Qatar avrebbe probabilmente risolto con una semplice telefonata a un servizio di manutenzione sempre disponibile.
A Pantelleria, invece, Speranza non sapeva cosa fare.
E qui entra in scena un’altra parola importante del suo racconto: solidarietà.
Non arrivarono soltanto i muratori. Si mobilitarono anche elettricisti e altre persone che, in qualche modo, cercarono di darle una mano e risolvere il problema.
Un piccolo episodio, forse, ma che racconta molto di più di tante descrizioni.
Perché chi resta su un’isola deve poter contare anche sugli altri.
Ed è proprio questo che “Quelli che restano” sembra voler raccontare: non soltanto un territorio, ma il rapporto tra un luogo e le persone che hanno scelto di viverlo quando la stagione turistica è finita.
Spesso guardiamo Pantelleria nel pieno dell’estate e rischiamo di dimenticare che, quando i turisti se ne vanno, l’isola non smette certo di vivere.
Ci sono persone che continuano a lavorare, a crescere i propri figli, ad affrontare il vento, il mare, i problemi quotidiani e tutte le difficoltà che comporta vivere lontano dalla terraferma. Io, che sono nato qui, e qui sono rimasto, lo so bene.
E allora l’invito è quello di conoscere anche questa Pantelleria. Quella dell’inverno, del vento, del mare nero, delle strade meno affollate e soprattutto delle persone.
Quella Pantelleria che forse non finisce sulle cartoline, ma che proprio per questo merita di essere raccontata.
Leggere “Quelli che restano”di Speranza Casillo può essere un modo per farlo.
LO SGUARDO DI CHI TORNA
di Lucia Boldi
C’era Speranza in Qatar. Adesso è rimasta a Pantelleria. E detta così sembra quasi una battuta. Invece dentro ci sono migliaia di chilometri, due mondi agli antipodi e, soprattutto, una scelta.
Speranza Casillo è napoletana, professionista della comunicazione, con una lunga esperienza tra advertising e marketing, oggi portavoce del sindaco di Pantelleria. Per anni ha vissuto e lavorato a Doha, in Qatar. Poi, nel 2020, è arrivata a Pantelleria.
Passare da Doha a Pantelleria non è esattamente cambiare indirizzo. È quasi cambiare idea sul mondo. Da una città dove tutto sembra disponibile, organizzato, costruito per vincere persino le condizioni imposte dalla natura, a un’isola dove basta il Maestrale a ricordarti che l’ultima parola non spetta necessariamente a te.
Speranza, comunque, è rimasta.
L’ho conosciuta cinque anni fa durante un laboratorio di scrittura organizzato dal Comune di Pantelleria. Alla fine di quell’esperienza le nostre strade hanno preso due direzioni apparentemente diverse: lei è rimasta sull’isola, io sono partita.
Poi sono tornata. E l’anno successivo ancora. E quello dopo pure.
Per questo, ascoltandola presentare “Quelli che restano” alla Cantina D’Ancona, mi sono accorta che il titolo del suo nuovo libro mi poneva una domanda molto personale: quanto bisogna restare per essere uno di “quelli che restano”?
Un inverno? Cinque? Una vita?
E chi parte ogni volta, ma ogni volta ritorna, a quale categoria appartiene?
La risposta di Speranza, sollecitata durante la serata da Francesca Marrucci, che ha condotto l’incontro, allarga però immediatamente il significato del titolo. Quelli che restano non sono soltanto gli uomini e le donne che continuano ad abitare Pantelleria quando l’estate è finita. Restano il vento, il mare nero, gli animali, le case, la terra.
Resta, insomma, tutto ciò che continua a esserci quando noi altri ce ne siamo andati.
Ed è proprio lì che comincia Quelli che restano: nel punto in cui finiscono molti dei racconti su Pantelleria.
Dopo l’estate.
Quando diminuiscono gli aerei, le strade si svuotano, molti locali abbassano le serrande, gli appuntamenti diventano più rari e il mare smette di avere l’obbligo di essere azzurro e fotogenico.
Speranza quella Pantelleria non la racconta da visitatrice. Ci rimane dentro.
E comincia il libro con una frase che mi ha colpita:
“Pantelleria mi ha tolto tutto. La fretta, innanzitutto.”
È curioso. Quasi tutti, quando raccontano il proprio incontro con un luogo amato, parlano di quello che quel luogo ha dato loro. Speranza parte invece da ciò che Pantelleria le ha tolto.
La fretta. Il bisogno di spiegarsi. E infine “l’illusione di poter governare le cose”.
Su quest’ultima mi sono ritrovata completamente.
Perché si può vivere a Pantelleria dodici mesi l’anno oppure tornarci ostinatamente ogni estate, ma prima o poi l’isola una cosa te la insegna: non comandi tu.
Quelli che restano non è un romanzo. Non ha una trama da seguire né personaggi inventati che la attraversano. È fatto piuttosto di osservazioni, incontri, giornate apparentemente senza avvenimenti, lavori della terra, dammusi aperti, orti condivisi, radio accese, silenzi.
Persino Andrea, quando compare, non è davvero una sola persona. Speranza ha raccontato che sotto quel nome si nascondono tre persone diverse, fuse dalla scrittura in una figura unica.
E soprattutto il libro non prova a sostenere che la Pantelleria d’inverno sia migliore di quella estiva.
È semplicemente un’altra Pantelleria.
Più vuota, più aspra, meno accomodante. L’insularità smette di essere una parola romantica e torna a significare anche distanza, difficoltà, attesa. Ma proprio quando l’isola perde parte della sua scenografia estiva diventano più visibili le persone che la abitano.
Forse è questa la cosa che più mi incuriosisce del libro di Speranza. Io conosco l’attesa di Pantelleria. La desidero quando sono lontana, conto i giorni prima di tornare, ritrovo persone, luoghi, odori, abitudini. Ma chi resta conosce anche ciò che succede dopo la nostra partenza.
Conosce l’isola senza pubblico.
Alla Cantina D’Ancona le letture di Ketty D’Ancona hanno restituito alcune pagine del libro, mentre Giorgia Renosto ha accompagnato la serata con la musica: Stranizza d’amuri, un bel brano arabo in un suggestivo intreccio di voci e infine Reginella.
Sicilia, mondo arabo, Napoli.
Quasi, senza volerlo, la geografia personale di Speranza Casillo.
E c’è una frase, nel libro, che forse spiega meglio di qualsiasi dichiarazione d’amore il rapporto che l’autrice ha costruito con Pantelleria: “Di restarci, senza possederlo.”
Mi piace soprattutto quel “senza possederlo”.
Perché Pantelleria provoca facilmente appropriazioni sentimentali. “La mia isola”, diciamo. “La nostra Pantelleria”. Come se amare un luogo significasse in qualche modo rivendicarlo.
Speranza sceglie invece di stare.
Nelle prime pagine racconta che a Roma dormiva male “per colpa del mondo: troppo suono, troppa gente”. A Pantelleria le capita di non dormire per colpa del Maestrale che picchia contro le persiane.
Non ha trovato il posto dove si dorme meglio.
Ha trovato quello in cui ha scelto di svegliarsi.
E forse, alla fine, quelli che restano sono semplicemente loro. Quelli che, nonostante tutto, al mattino vogliono ancora svegliarsi qui.
FOTO:

Lucia Boldi, nata a Palermo nel 1961, ama definirsi una collezionista di storie e di emozioni. Da giovanissima ha firmato articoli di attualità per il giornale L’Ora. Negli anni ottanta, nella storica via Libertà, ha aperto una boutique, diventata presto luogo di nicchia per le appassionate di moda. Per quasi quarant’anni ha ricercato la bellezza nei vestiti e fatto emozionare tante donne grazie alla linea ardita di un abito, alla consistenza eterea di un caftano in seta o alla forma originale di una collana. Quando la moda ha smesso di darle il batticuore, ha scoperto che con la penna poteva ricreare lo stesso incanto. Scegliere le collezioni o scrivere libri sono due attività che, a suo dire, si somigliano: si tratta sempre di esprimere la propria personalità e i propri sentimenti, anche se in maniera diversa. Cucurummà è il suo romanzo d’esordio.














