Giro dell’Isola a piedi: non è una maratona (ma alla fine lo sembra)

Giro dell’Isola a piedi: non è una maratona (ma alla fine lo sembra)

28/04/2026 1 Di Lucia Boldi

Giro dell’Isola a piedi: non è una maratona (ma alla fine lo sembra)

L’esperienza raccontata dalla nostra Lucia Boldi

di Lucia Boldi

Dal Tikir­ri­ki alle 8 del mat­ti­no all’arrivo dei più resi­sten­ti alle 17:30: sto­rie, fati­ca e sor­ri­si lun­go il giro dell’isola.

Sia­mo par­ti­ti dal Tikir­ri­ki, dome­ni­ca mat­ti­na alle 8, dopo il caf­fè e la foto di rito con il mare alle spalle.
Magliet­te gial­le e sor­ri­si spe­ran­zo­si, anche se sape­va­mo già che non sarem­mo arri­va­ti tut­ti insie­me. Ma è par­te del gio­co, è pro­prio que­sto il bel­lo del­la mara­to­na di Pantelleria.

Non è una mara­to­na”, dice Giu­lia­na Ser­rac­chio­li, orga­niz­za­tri­ce di que­sta e di tan­te altre cam­mi­na­te sull’isola, e lo dice ogni anno, con quel­la pre­ci­sio­ne qua­si osti­na­ta. Poi però orga­niz­za tut­to come se lo fos­se, e alla fine nes­su­no ci cre­de più. “Per esser­lo dav­ve­ro dovreb­be misu­ra­re 42 chi­lo­me­tri e 195 metri. Que­sta è una lun­ga cam­mi­na­ta. Mol­to lun­ga.

Domenica, più che un gruppo, eravamo una piccola geografia in movimento

Anto­nel­la, vicen­ti­na di nasci­ta ma ormai pan­te­sca d’adozione. Ornel­la, nata a Cata­nia e tra­pian­ta­ta a Roma. Giu­lia­na, roma­na di nasci­ta, cre­sciu­ta a Ivrea e poi appro­da­ta qui; Olga, bie­lo­rus­sa con radi­ci ormai pian­ta­te sull’isola, che abi­ta in una ex can­ti­na. Poi Car­men, bra­si­lia­na appro­da­ta sull’isola per amo­re; Eli­sa di Tra­pa­ni che ha spo­sa­to un pan­te­sco; Igna­zio, far­ma­ci­sta sull’isola ma di Gibel­li­na. E infi­ne io, di Paler­mo, che men­to a tut­ti dicen­do di esse­re nata qui.

Un pic­co­lo caos geo­gra­fi­co, ma con ben due cose in comu­ne: ognu­no di noi è nato altro­ve e poi ri-nato a Pan­tel­le­ria e tut­ti ave­va­mo il pia­ce­re di cam­mi­na­re stan­do insie­me, cia­scu­no con il pro­prio passo.

L’idea del­la non-mara­ton, in real­tà, non è nem­me­no mia. È sta­ta di Igna­zio,” con­ti­nua Giu­lia­na. “Io ho fat­to quel­lo che mi rie­sce meglio: rac­co­glie­re ade­sio­ni, met­te­re insie­me per­so­ne, tra­sfor­ma­re un’idea in qual­co­sa che acca­de dav­ve­ro. Que­sto è il quin­to anno, anzi no, il sesto. Per­ché una vol­ta l’abbiamo fat­ta due vol­te: Igna­zio non era riu­sci­to a par­te­ci­pa­re a quel­la uffi­cia­le e allo­ra, sen­za pen­sar­ci trop­po, l’ho ripe­tu­ta un mese dopo. 
Avrei volu­to far­ne una ver­sio­ne pan­te­sca del­la Mara­to­na del Médoc, quel­la in cui si cor­re tra le can­ti­ne di Bor­deaux e ti offro­no vino lun­go il per­cor­so, giu­sto per non far­ti arri­va­re trop­po luci­do al traguardo.
Ma qui, sull’isola, anche aggiun­ge­re un chi­lo­me­tro può diven­ta­re com­pli­ca­to. Figu­ria­mo­ci orga­niz­za­re tap­pe eno­lo­gi­che uffi­cia­li. Così per il momen­to ho rinun­cia­to. Al vino no, però: quel­lo all’arrivo non man­ca mai!”

Giu­lia­na è alle­na­tis­si­ma e ha occhi azzur­ri che sem­bra­no già vede­re il tra­guar­do quan­do gli altri stan­no anco­ra cer­can­do il fiato. 
E men­tre tu pen­si di fer­mar­ti, lei è già accan­to, con quel­la fra­se che ormai è diven­ta­ta un mar­chio: “For­za, che ce la puoi fare!” Lo dice a tut­ti. E, incre­di­bil­men­te, qua­si sem­pre ha ragione.

Si par­te sem­pre in tan­ti. Si arri­va con qual­cu­no in meno. E va bene così,” dice sor­ri­den­do Giu­lia­na “Per­ché que­sta non è una gara. Non c’è obbli­go, non c’è pre­sta­zio­ne, non c’è cro­no­me­tro. C’è chi fa tut­to il giro e chi deci­de di fer­mar­si pri­ma. C’è chi si orga­niz­za in cop­pia: uno cam­mi­na metà per­cor­so, l’altro arri­va in mac­chi­na e si dan­no il cam­bio. Una staf­fet­ta spon­ta­nea, intel­li­gen­te, per­fet­ta­men­te in linea con lo spi­ri­to dell’isola. Nes­su­no deve dimo­stra­re nien­te. Eppu­re, alla fine, ognu­no dimo­stra qual­co­sa.

Giuliana, ci racconti qualche storia che ti è rimasta nel cuore in questi anni di cammino?

Quel­la di Anna Gri­mal­di, che il giro lo ha fat­to con un pan­cio­ne di set­te mesi- rac­con­ta Giu­lia­na- L’anno dopo con Yumi in car­roz­zi­na, fer­man­do­si anche per allat­ta­re. E quel­lo dopo anco­ra, con Yumi nel­lo zai­no. Una pro­gres­sio­ne natu­ra­le, qua­si epi­ca. E poi i pic­co­li riti: alla pri­ma edi­zio­ne, all’arrivo, Pao­lo e Tit­ti ad aspet­ta­re tut­ti con il vino. Un brin­di­si improv­vi­sa­to che è diven­ta­to, in fon­do, il vero traguardo.

Per me dome­ni­ca è sta­ta la pri­ma vol­ta e ho dovu­to riti­rar­mi, insie­me a Car­men, quan­do le gam­be han­no deci­so che ave­va­no già dato abba­stan­za, più o meno dopo il cimi­te­ro di Scauri. 
Sia­mo però rien­tra­te in sce­na alle tre del pome­rig­gio nel ruo­lo più stra­te­gi­co: risto­ro uffi­cia­le. Quan­do li abbia­mo rag­giun­ti con il caf­fè, era­no già qua­si all’Elefante.
Sor­ri­den­ti, sì. Ma anche esau­sti, con il viso arros­sa­to dal sole e dal­la fati­ca, gli occhi un po’ stret­ti per la luce e i chi­lo­me­tri alle spalle.
Eppu­re ridevano.
Con quel modo un po’ osti­na­to di chi sa di esse­re stan­co, ma anche feli­ce di esserlo.

A sor­pre­sa, ci sia­mo tra­sfor­ma­te anche in una pic­co­la ambu­lan­za: Eli­sa ave­va una vesci­ca scop­pia­ta che le impe­di­va di fare un pas­so in più. L’abbiamo cari­ca­ta e ripor­ta­ta a casa. Mis­sio­ne compiuta. 
Più tar­di anche Ket­ty, che quest’anno non ha potu­to par­te­ci­pa­re, ha por­ta­to agli asse­ta­ti cam­mi­na­to­ri del fre­sco tè alla menta. 
Ognu­no, in que­sta non-maraton, 
ha tro­va­to il suo modo di esserci.
I più tena­ci han­no taglia­to il tra­guar­do al Tikir­ri­ki alle 17,30.

Fra qual­che gior­no ci incon­tre­re­mo a cena. 
Festeg­ge­re­mo, si rac­con­te­rà, ride­re­mo e ver­rà con­se­gna­to a tut­ti un diplo­ma di partecipazione.
A tut­ti. Anche a chi non ha fini­to il percorso. 
E come sem­pre, è il ben­ve­nu­to anche chi non ha par­te­ci­pa­to ma è curio­so, inte­res­sa­to, o sem­pli­ce­men­te ha voglia di avvi­ci­nar­si alle cam­mi­na­te sull’isola.
Per­ché come dice Giu­lia­na: “Non si pre­mia chi arri­va. Si pre­mia chi par­te.