Ieri la prima de ‘LA CASA DEI SILENZI’ di Gianni Bernardo al dammuso La Cevusa…
L’uomo dietro la scena: intervista a Gianni Bernardo (Parte I)
25/12/2025L’uomo dietro la scena
L’artista pantesco si svela in un colloquio fuori dagli schemi, eccentrico, surreale, spiazzante, ma sempre vero
Intervista a Gianni Bernardo
di Lucia Boldi
PARTE PRIMA
In via dei Biscottari, in questa Palermo dalla bellezza stanca e mai sfacciata, la pioggia batte ostinata. Il teatro accoglie gli spettatori in un caldo abbraccio tra le pareti di pietra.
Sono seduta sul piccolo divano nel camerino di Gianni Bernardo, il “primo camerino” dell’attore. Un luogo di transito tra realtà e finzione. Sentore di legno vecchio, di polvere di sipario, muri impregnati di attesa trattenuta, di nervi tesi, di imminenti trasformazioni. Specchi illuminati, cosmetici, pennelli, matite, struccanti, costumi di scena, vecchi manifesti: un’atmosfera che sa di arrivi e di partenze, attori, attrici, interpreti e personaggi. Sembra di sentire le parole di Francesco De Gregori quando canta “La valigia dell’attore”.
Eccomi qua
sono venuto a vedere
lo strano effetto che fa
la mia faccia nei vostri occhi
e quanta gente ci sta
e se stasera si alza una lira
per questa voce che dovrebbe arrivare
fino all’ultima fila oltre al buio che c’è…
Su una sedia consumata dal tempo, il vecchio copione de “La casa dei silenzi”, dentro il quale ancora vive una storia che non verrà più raccontata: oggi sarà l’ultima replica. Ed è come se il testo, passando per altri luoghi dell’anima in oltre centocinquanta repliche, dopo aver respirato mari e dialetti differenti, tornasse nel grembo della terra che l’ha ispirato.
Le luci sullo specchio accendono il volto di Gianni con la stessa precisione di un occhio di bue sul palcoscenico: il camerino scompare, resta solo lui. Inizio l’intervista: un altro copione che non è una commedia, ma ne ha le sembianze. Un’ intervista in sei atti. Senza filtri.
ATTO I – RADICI E FRATTURE
Non cominciamo dal teatro. Cominciamo dall’inizio. A diciannove anni hai lasciato l’isola: è stata una fuga o un atto di coraggio? Pantelleria te la sei portata via come un salvagente o come un peso?
Gianni si accosta allo specchio a controllare il segno sottile della matita kohl che borda gli occhi. È un’azione per ritardare la risposta, che arriva lenta.
«Era tutto premeditato. L’isola era un mondo troppo piccolo per i miei sogni. Dopo la maturità sono partito e approdato ad Aprilia, abituandomi a una vita da emigrante. Qualche nostalgia iniziale, soprattutto il dispiacere per aver lasciato i miei genitori. A Pantelleria sono sempre tornato, ma non è più la mia isola felice con cui poter “convivere” a lungo. Continuerò ad amarla da lontano, a sud della mia anima».
C’è stato un momento in cui avresti voluto restare, ma non lo hai fatto?
«Non è mai accaduto».
Il vento dell’isola… per te è amico che spinge o nemico che graffia?
«Come idealizza Emily Dickinson, il vento è un visitatore fuggevole che porta con sé solitudine e malinconia, ma anche mistero e meraviglia. Per me è un elemento di vita e di libertà».
Qual è il silenzio che ti fa più paura?
«Quello del distacco e dell’assenza».
C’è una memoria che ti perseguita come un personaggio che non vuole uscire di scena?
«Immagini, sensazioni, ricordi, visioni della mia adolescenza che mi appartengono e non mi lasciano mai, mi fanno gioire, a volte rattristare, spesso commuovere».
ATTO II – SILENZI E MEMORIE, AMORE E FRAGILITA’
Dalla sala arrivano i rumori e le voci indistinte degli spettatori che lentamente prendono posto.
Raccontaci di un ricordo, un sogno di ragazzino, un incanto che ti è rimasto nella memoria.
«L’aia, l’àira, quello spiazzo circolare contiguo al dammuso, era per me uno “spazio scenico”. I contadini che smuovevano e voltavano i fastelli di orzo – raramente frumento – e gli asini o i muli bendati che, camminando in tondo pestavano le spighe per separare i chicchi dalla paglia, erano i protagonisti, gli attori di un rito, quello della trebbiatura. Quasi una danza fatta di movimenti e di gesti accompagnati da voci campestri. Io, ragazzino di dodici anni, ero un comprimario: conducevo l’animale per mezzo di una sottile corda legata alla cavezza. Una narrazione, uno spettacolo a cui immaginavo assistessero – ne ero certo – gli arabi della vicina Tunisia, estasiati spettatori dalla lontana linea dell’orizzonte. Un miraggio. La mia visione, la mia fascinazione».
Pausa densa, forse necessaria. Lo sguardo di Gianni chino, la voce che non riparte subito.
Qual è il ruolo che hai recitato meglio, ma fuori dal teatro?
«Ogni individuo recita una parte. Ho recitato la mia vita fuori scena. Ma non è stata una grande prova, e continua a non esserlo. Mi riesce meglio sul palcoscenico».
Ti sei mai sentito amato senza condizioni?
«È accaduto, da giovane. Ma non ho mai preteso nulla che andasse al di là di una reciproca condivisione».
E tu? Hai mai amato senza condizioni?
La lunga pausa è parte della risposta, quasi un luogo immaginario dove cercare le parole prima di dirle. Alla fine, la sua non è una risposta, ma un’altra domanda.
«Esiste l’amore incondizionato?»
Cambio argomento
Qual è stata la volta in cui ti sei sentito più fragile, più nudo, più umano?
«Lo sono tutt’ora. A una certa età è più complicato accettare le contrarietà. Invecchiare è diventare più vulnerabili».
Cos’è per te la tenerezza?
«Commozione».
Cambieresti qualcosa della tua vita?
«La mia è una vita imperfetta, ma sfiziosa. Non ho grandi rimproveri da farmi, forse qualche rimpianto».
Quale?
«Il rammarico, quasi il rimorso, per tutto quello che avrei potuto fare e non ho fatto, per quello che avrei voluto vivere e non ho vissuto. È come una sconfitta dolceamara, perché quando sarò alla fine della strada, ancora avrò un desiderio da esaudire che non esaudirò, un progetto da realizzare che non realizzerò. Sconfitta dolceamara, cosa non deprecabile come si potrebbe pensare, perché non è solo amara, è anche dolce».
Qual è la bugia che ti sei raccontato per anni e che oggi non funziona più?
«Che non sarei mai invecchiato. Sono un grande bugiardo, ma sincero».
ATTO III – LE OMBRE
Silenzio. Le luci sullo specchio hanno un fremito.
A Pantelleria sei visto come un talento, ma anche come un uomo dal carattere difficile, a volte burbero e scorbutico.
«A volte sono, come dire… imprevedibile nelle relazioni umane. È una vertigine che mi sorprende quando mi sento indifeso. Il mio “autoritratto” rivela – ricorro a qualche ossimoro – un’indole maliziosa ma sincera, insopportabile ma divertente, tagliente ma rispettosa. Mi capita, talvolta, di rendermi indisciplinatamente antipatico: è … il mio lato migliore. Spesso l’antipatia che suscito è una proiezione inconscia di chi la subisce».
Qualcuno ti accusa di non saper essere sempre gentile.
«Qualche volta accade, ma è solo distrazione».
C’è un prezzo che hai pagato per la tua sincerità tagliente?
«La franchezza è potenzialmente ferente, a volte dolorosa».
Vita-teatro-scrittura, ovvero vivere, recitare, scrivere. Quanto sono interconnesse queste azioni?
«Il teatro è un po’ come lo specchio della vita, in cui si riflette tutto: c’è il vivere, c’è il recitare, c’è lo scrivere. La mia è una vita da solista, racconto storie, le scrivo, le abito. Ho bisogno, abbiamo tutti bisogno di credere ai miracoli, di raccontare storie, perché di storie viviamo».
Foto Gianni Bernardo di Christian Sana

Lucia Boldi, nata a Palermo nel 1961, ama definirsi una collezionista di storie e di emozioni. Da giovanissima ha firmato articoli di attualità per il giornale L’Ora. Negli anni ottanta, nella storica via Libertà, ha aperto una boutique, diventata presto luogo di nicchia per le appassionate di moda. Per quasi quarant’anni ha ricercato la bellezza nei vestiti e fatto emozionare tante donne grazie alla linea ardita di un abito, alla consistenza eterea di un caftano in seta o alla forma originale di una collana. Quando la moda ha smesso di darle il batticuore, ha scoperto che con la penna poteva ricreare lo stesso incanto. Scegliere le collezioni o scrivere libri sono due attività che, a suo dire, si somigliano: si tratta sempre di esprimere la propria personalità e i propri sentimenti, anche se in maniera diversa. Cucurummà è il suo romanzo d’esordio.




