Ladri di scarpe: adesso possiamo raccontarvelo. Quasi tutto

Ladri di scarpe: adesso possiamo raccontarvelo. Quasi tutto

22/09/2026 0 Di Lucia Boldi

Una stanza nera, dodici spettatori e una voce nel buio. A Pantelleria, “Ladri di scarpe” diventa un’esperienza teatrale da vivere senza sapere cosa accadrà.

 

di Lucia Boldi

 

Il 21 set­tem­bre, alle Alco­ve di van der Grin­ten di Pan­tel­le­ria, Ladri di scar­pe ha smes­so di esse­re il tito­lo miste­rio­so di una locandina.

Per gior­ni nes­su­no ave­va spie­ga­to nul­la. Dodi­ci spet­ta­to­ri alla vol­ta, quin­di­ci minu­ti e una rego­la: chi fos­se usci­to avreb­be dovu­to custo­di­re il segre­to per chi aspet­ta­va il tur­no suc­ces­si­vo. Per­si­no l’autore face­va par­te del gioco.
Lud­wig Hap Ler non esi­ste. Quel nome, insie­me alla volu­ta con­fu­sio­ne tra ita­lia­no e tede­sco del­la comu­ni­ca­zio­ne, ser­vi­va a ren­de­re anco­ra più inde­ci­fra­bi­le ciò che sareb­be acca­du­to. Il testo, inve­ce, esi­ste ecco­me. Ma sul­le sue ori­gi­ni con­ti­nua a esser­ci il mistero.

Ogni mezz’ora dodi­ci per­so­ne entra­va­no nel­la gal­le­ria. Poche can­de­le a ter­ra, poi le istru­zio­ni: cel­lu­la­ri spen­ti, nien­te applau­si, silen­zio asso­lu­to. Quin­di si apri­va un’altra porta.

Die­tro c’era una stan­za pic­co­lis­si­ma, dipin­ta inte­ra­men­te di nero, sof­fit­to com­pre­so. Gli spet­ta­to­ri veni­va­no accom­pa­gna­ti den­tro con una pic­co­la tor­cia. Poi la tor­cia si spe­gne­va. Buio tota­le. Nes­su­no si accor­ge­va che, mime­tiz­za­to in un ango­lo, c’era già Gian­ni Ber­nar­do, vesti­to di nero dal­la testa alle scar­pe. Poi, nel silen­zio, arri­va­va la sua voce. Per qual­cu­no da ven­ti cen­ti­me­tri di distanza.

Comin­cia­va così il rac­con­to di un uomo che non ave­va mai cre­du­to alle miste­rio­se noti­zie sui fur­ti di scar­pe appar­se sui gior­na­li. Fin­ché una sera, sedu­to all’Arena Para­di­so, si sfi­la le scar­pe per dare sol­lie­vo ai pie­di dolo­ran­ti. Accan­to a lui com­pa­re una don­na in nero. Poco dopo lei scom­pa­re. E con lei anche le scar­pe. Il resto appar­te­ne­va al buio e alla reci­ta­zio­ne di Bernardo.

Espe­rien­ze che can­cel­la­no la distan­za tra atto­re e pub­bli­co appar­ten­go­no da tem­po alla ricer­ca tea­tra­le con­tem­po­ra­nea. Il tea­tro immer­si­vo ha tra­sfor­ma­to inte­ri edi­fi­ci a Lon­dra e New York in spa­zi da attra­ver­sa­re, ha fat­to muo­ve­re gli spet­ta­to­ri inve­ce di lasciar­li sedu­ti davan­ti a un pal­co­sce­ni­co, li ha pri­va­ti tal­vol­ta per­si­no del­la pos­si­bi­li­tà di vedere.

Il 21 set­tem­bre qual­co­sa di quel­lo spi­ri­to è arri­va­to, in una for­ma pic­co­lis­si­ma e tut­ta sua, anche su un’isola nel Mediterraneo.

 

Una stan­za nera. Dodi­ci per­so­ne. Una voce. E fuo­ri suc­ce­de­va qual­co­sa di altret­tan­to interessante.
Chi usci­va incon­tra­va chi dove­va anco­ra entra­re. Avreb­be potu­to rac­con­ta­re tut­to. Nes­su­no lo ha fat­to. Il pat­to è sta­to rispet­ta­to fino all’ultima replica.
Le per­for­man­ce dove­va­no esse­re otto. Sono diven­ta­te nove, per­ché c’era anco­ra gen­te che chie­de­va di entrare.

Intan­to Gereon van der Grin­ten offri­va vino e chi ave­va già assi­sti­to alla per­for­man­ce spes­so rima­ne­va. Così davan­ti alle Alco­ve si è for­ma­to spon­ta­nea­men­te un pic­co­lo grup­po: quel­li che sape­va­no e quel­li che anco­ra non sapevano.

Poi i com­men­ti: “Che meraviglia!”,
“Che pri­vi­le­gio aver assi­sti­to alla per­for­man­ce di Gian­ni Ber­nar­do”. C’è chi ha rin­gra­zia­to per l’esperienza vis­su­ta, chi ha loda­to il miste­ro, l’atmosfera, il testo e la pre­ci­sio­ne del­la recitazione.

For­se il risul­ta­to più curio­so è pro­prio que­sto: in un tem­po in cui voglia­mo sape­re tut­to pri­ma anco­ra di viver­lo, per una sera più di cen­to per­so­ne han­no accet­ta­to il con­tra­rio. Entra­re sen­za sape­re. Sta­re al buio. Ascol­ta­re. Usci­re sen­za raccontare.

 

Alla fine il miste­ro è sta­to sve­la­to. Ma l’emozione di quei quin­di­ci minu­ti al buio reste­rà nel­la memo­ria di chi li ha vissuti.