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Ferrandes, il passito che non vuole farsi trovare
25/09/2026Ferrandes, il passito che non vuole farsi trovare
di Lucia Boldi
A Pantelleria ci sono cantine che hanno cartelli, indicazioni, degustazioni organizzate, insegne che accompagnano il visitatore fin quasi alla porta.
E poi c’è Salvatore Ferrandes.
Raggiungere la sua cantina, a Mueggen, è già una piccola impresa. Nessun cartello, nessuna indicazione. Bisogna sapere dove andare, inoltrarsi nel silenzio tra la vallata di Ghirlanda e il Gibele e, a un certo punto, trovarsi davanti a un dammuso del Settecento che sembra avere scelto di rimanere esattamente dov’era, lontano da tutto.
E il silenzio, qui, non è semplicemente assenza di rumore. È qualcosa che si avverte appena si arriva e che lentamente cambia anche il modo di stare in quel luogo. Rallenta i pensieri, abbassa la voce, predispone quasi naturalmente alla contemplazione.
L’isolamento non è un difetto da correggere. È quasi una dichiarazione d’intenti: qui il Passito si produce per amore prima ancora che per denaro.
Il dammuso racconta da solo un pezzo di Pantelleria. Le sue mura superano in alcuni punti i due metri di spessore. Le finestre sono piccole, le porte poche. Non era soltanto una casa: era quasi una fortezza, costruita per proteggere chi vi abitava in un tempo in cui pirati e predoni potevano arrivare dal mare. Dentro quelle mura enormi ci si chiudeva e il mondo restava fuori.
Oggi quelle stesse mura custodiscono altro: una stanza per la fermentazione, una per l’imbottigliamento, una dove sono raccolti i riconoscimenti ottenuti negli anni.
Salvatore quei riconoscimenti non li ostenta. Non li mette in scena. Bisogna quasi andarli a cercare. Ed è curioso trovarsi davanti a un produttore che, in un tempo in cui tutto deve essere raccontato, fotografato e promosso, sembra fare esattamente il contrario.
Ho assaggiato il suo Passito del 2018 e quello del 2021 sotto un pergolato di uva greca che ha almeno un secolo. Da lì lo sguardo si apre sulla vallata di Ghirlanda e arriva fino alla zona di Barone; sulla destra il Gibele si alza imponente, maestoso, quasi a chiudere e proteggere quel piccolo mondo appartato. Non c’è nulla che distragga lo sguardo, nulla che chieda attenzione se non la campagna pantesca, la montagna, le vigne e quel pergolato antico che filtra la luce sopra la testa.
A quel punto il silenzio torna a farsi sentire. Non viene voglia di riempirlo di parole. Si guarda il vino nel bicchiere, la luce che lo attraversa, le vigne intorno. È un silenzio che invita alla lentezza e prepara quasi alla meditazione, quella disposizione rara in cui si smette di avere fretta persino di assaggiare.
Nel bicchiere il Passito di Ferrandes ha un colore ambrato scuro, prezioso quando lo attraversa la luce del sole. Poi arrivano i profumi e il sapore della frutta che ha perso l’acqua e sembra aver trattenuto tutto il resto: prugna secca, datteri, albicocca secca. Sapori pieni, concentrati, che si rincorrono e restano a lungo in bocca.
Un nettare prezioso che, assaggiato lì, sembra appartenere a quel paesaggio quanto le pietre, i muretti e le vigne.
Forse non esiste posto migliore per berlo. Perché sotto quel pergolato, ciò che hai nel bicchiere smette per un momento di essere soltanto un vino. Sembra la forma liquida di quello che hai intorno: sole, uva, attesa e tempo.
Salvatore Ferrandes non produce vino. Produce soltanto Passito.
E la sua è una produzione che non insegue i grandi numeri. Del resto, tutto qui sembra andare nella direzione opposta: nessuna fretta, nessuna ricerca della quantità, nessuna necessità di trasformare ogni cosa in promozione.
Salvatore ha una passione quasi fisica per l’uva passa e quando racconta come la aggiunge al mosto fermentato usa un’immagine che vale più di molte spiegazioni tecniche: bisogna farlo come una mamma nutre i suoi uccellini. Poco alla volta. La quantità necessaria, poi ancora un po’, rispettando i tempi.
È forse qui che si capisce davvero il suo Passito.
Non nella tecnica — che pure c’è — ma nella cura. Nel rapporto quotidiano con qualcosa che non può essere forzato, accelerato, costretto a diventare altro.
Luigi Veronelli chiamava “angeli matti” certi vignaioli capaci di ostinarsi contro ogni convenienza. A Pantelleria quell’espressione acquista un significato ancora più preciso. Fare il contadino qui è più difficile che altrove. Ci sono il vento, la pietra, la siccità. C’è una terra che non concede niente facilmente e che costringe chi la lavora a inventarsi ogni giorno un modo per resistere.
Salvatore Ferrandes appartiene a quella specie.
Forse per questo non mette cartelli sulla strada. Forse perché chi produce Passito in questo modo non sente neppure il bisogno di essere trovato.
Quando finalmente arrivi, ti siedi sotto quel pergolato centenario e guardi nel bicchiere il colore scuro dell’ambra attraversato dal sole, capisci che anche il viaggio faceva parte della degustazione.
A Mueggen le strade non aiutano, i cartelli non ci sono e il silenzio non dà indicazioni.
Bisogna perdersi per trovare Ferrandes.

Lucia Boldi, nata a Palermo nel 1961, ama definirsi una collezionista di storie e di emozioni. Da giovanissima ha firmato articoli di attualità per il giornale L’Ora. Negli anni ottanta, nella storica via Libertà, ha aperto una boutique, diventata presto luogo di nicchia per le appassionate di moda. Per quasi quarant’anni ha ricercato la bellezza nei vestiti e fatto emozionare tante donne grazie alla linea ardita di un abito, alla consistenza eterea di un caftano in seta o alla forma originale di una collana. Quando la moda ha smesso di darle il batticuore, ha scoperto che con la penna poteva ricreare lo stesso incanto. Scegliere le collezioni o scrivere libri sono due attività che, a suo dire, si somigliano: si tratta sempre di esprimere la propria personalità e i propri sentimenti, anche se in maniera diversa. Cucurummà è il suo romanzo d’esordio.





