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Dai 10 agli 87 anni, Pantelleria si racconta in versi al Giamporcaro
04/08/2026Una poesia lunga una vita: dai 10 agli 87 anni, Pantelleria si racconta in versi al Giamporcaro
Lillo Di Bonsulton sarebbe stato felice ieri di vedere grandi e piccini ritrovarsi nella poesia e in suo ricordo durante la premiazione del Memorial di Poesia a lui dedicato
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di Lucia Boldi
C’erano bambini di dieci anni e una poetessa di ottantasette. In mezzo, generazioni diverse, italiano e dialetto, memoria e presente. È forse questa l’immagine più bella lasciata dalla quarta edizione del Concorso poetico Memorial “Lillo di Bonsulton”, organizzato dal Centro Culturale Vito Giamporcaro, patrocinato dal Comune di Pantelleria, e ospitato ieri 3 agosto nell’Aula consiliare.
A condurre la serata sono stati Sergio Minoli e Anna Rita Gabriele, accompagnando una premiazione che ha voluto essere prima di tutto un omaggio alla poesia e alla memoria di un uomo che, per tanti anni, della poesia pantesca è stato una delle voci più riconoscibili.
Lillo di Bonsulton era il poeta dell’isola, capace di creare versi all’istante, trasformando persone, episodi e momenti della vita quotidiana in poesia. È a lui che il concorso è dedicato e proprio il suo ricordo ha aperto e chiuso simbolicamente la serata: all’inizio un video ha ripercorso immagini e memorie legate a Lillo; alla fine, una poesia scritta dalla nipote ha riportato la sua presenza nella sala attraverso le parole.
Nella categoria Giovani, soltanto due sono stati veri primi premi, attribuiti a pari merito a Rebecca Belvisi, classe 5ª B, con Mille anime a Pantelleria, e Luce Pucci, classe 5ª C, con Il cielo. Tutti gli altri bambini partecipanti sono stati premiati per l’impegno: una scelta che ha voluto riconoscere il valore stesso dell’avvicinarsi alla scrittura e alla poesia.
E proprio i più piccoli hanno dato alla serata uno dei suoi significati più belli. Vederli condividere lo stesso spazio con persone che potrebbero essere i loro nonni e bisnonni ha mostrato quanto la poesia possa ancora attraversare le generazioni senza preoccuparsi dell’età di chi la scrive.
A dimostrarlo è stata soprattutto Caterina Almanza. Ha 87 anni ed è risultata prima classificata tra i poeti esperti nella sezione in lingua dialettale con U sceccu di Pantiddraria. Un premio che assume un sapore particolare proprio pensando alla distanza anagrafica che la separava dai giovanissimi partecipanti e, contemporaneamente, alla passione che li univa.
Nella stessa sezione, seconda classificata Caterina R. D’Aietti, con Lu ventu si diverte.
Ma per Caterina D’Aietti il bottino della serata è stato particolarmente ricco: due premi. Oltre al secondo posto per la poesia dialettale, ha conquistato infatti anche il secondo premio tra i poeti esperti in lingua italiana con Gli occhi di un bambino.
Il primo premio della categoria poeti esperti in lingua italiana è andato invece a Giusy Andaloro, con Il contadino delle stelle, una lunga poesia dedicata a Filippo Panseca.
Tra gli adulti filo-poeti, nella sezione in lingua italiana, prima classificata Caterina Ferreri con Tempesta, mentre il secondo premio è andato a Serena Maria Lucio con A vigna ’nsigna.
Nella sezione dialettale per filo-poeti va aggiunta anche Caterina Culoma, assente alla cerimonia, premiata con il primo posto per A mustazzola, a vera rigghina.
Alla fine, tuttavia, classifiche e punteggi raccontano soltanto una parte della serata.
Perché vedere un bambino di dieci anni e una donna di 87 affidare entrambi qualcosa di sé a un foglio significa scoprire che la poesia non appartiene a un’età. E forse nemmeno a una lingua: può parlare italiano oppure dialetto, raccontare il cielo, una vigna, il vento, un bambino, un artista o persino un asino di Pantelleria. Tra i dieci e gli ottantasette anni ci sono quasi otto decenni di vita. Ieri sera, nell’Aula consiliare, sono bastati pochi versi per accorciare la distanza.
FOTO
LA POESIA VINCITRICE
Il contadino delle stelle
Per Filippo Panseca
Sorridevi alle etichette leggere
che gli uomini appendono ai sogni,
come vele fragili
su mari che non conoscono.
Ti chiamavano contadino.
E forse ignoravano
che nella terra dormono le galassie,
che ogni seme custodisce una costellazione,
che la zolla è la prima tela
e il raccolto la più antica delle opere.
Avevi attraversato continenti,
capitali, saloni e stagioni,
portando visioni oltre i confini,
eppure il tuo regno più autentico
non aveva mura né troni.
Aveva filari piegati dal maestrale,
origano odoroso di sole,
mani impolverate di vita
e un orto affacciato sull’infinito.
Là dove Pantelleria emerge dal mare
come un’antica balena di basalto,
nera di fuoco e gravida di luce,
dove la lava custodisce
il respiro del vulcano
e il mare canta con voce millenaria
alle scogliere del tempo.La scegliesti.
Negli anni delle rivoluzioni e delle speranze,
quando il mondo inseguiva il nuovo
con il passo febbrile dell’urgenza,
tu riconoscesti in quell’isola nera
la forma segreta del destino.
Ascoltasti il linguaggio delle rocce,
il respiro profondo delle onde,
il silenzio antico custodito nei dammusi.
E rispondesti.
Con la Caserma delle Arti.
Un avamposto d’immaginazione,
una cittadella disarmata
dove le idee marciavano scalze
e la bellezza disertava il conformismo.
Da allora il tuo nome
si è intrecciato ai sentieri,
alle vigne basse che sfidano le raffiche,
ai muretti a secco
simili a spartiti di pietra
scritti dalla pazienza dei secoli.
Come la vite rannicchiata
nella conca del vento,
conoscevi l’arte dell’umiltà resistente:
inchinarti alla tempesta
senza consegnarle l’anima.Radice e orizzonte.
Zappa e cometa.
Terra e infinito.
Mentre l’alba accendeva gli orti
con dita di rugiada,
seminavi idee.
Le affidavi al sole,
al sale,
alla segreta capacità degli uomini
di riconoscere la meraviglia.
Poi arrivava la sera.
L’ora prediletta.
L’istante in cui il giorno
consegna le sue chiavi alla notte,
quando l’orizzonte si veste
di rame, ambra e melagrana.
Altri vedevano il giorno morire.
Tu vedevi la luce cambiare pelle.
Altri contavano le ombre.
Tu ascoltavi il colore del silenzio.
Per questo costruisti
il Mausoleo del Tramonto.
Non per contendere il passo alla morte,
ma per abitare quell’attimo sospeso
in cui l’eterno sfiora il tempo.Non un monumento alla fine,
ma una dimora per la meraviglia.
Come se avessi voluto restare
nel punto esatto in cui il cielo muta respiro,
dove ogni addio conserva
il seme segreto di un ritorno.
E come ogni autentico seminatore
non trattenesti il raccolto.
Alla tua isola lasciasti un dono.
Non oro.
Non marmo.
Non gloria.
Lasciasti opere vive.
Disseminate tra i paesaggi di Pantelleria,
tra l’azzurro profondo del mare
e il nero lucente della lava.
Dal bianco di titanio
nacquero superfici che respirano.
Non quadri.
Ma alberi invisibili.
Foglie di luce
capaci di bere l’ombra dell’inquinamento
e restituire limpidezza al respiro del mondo.
Così l’arte smetteva di rappresentare la vita
e imparava a proteggerla.
La pittura diventava linfa.
La linfa diventava aria.L’aria diventava dono.
Ancora una volta
sceglievi la strada più difficile:
non creare soltanto bellezza,
ma renderla necessaria.
Lasciare a Pantelleria, terra amata,
un gesto capace di continuare,
oltre il tempo degli uomini,
a prendersene cura.
Le stagioni hanno consumato sentieri,
scolorito cancelli,
disperso molte voci.
Non hanno saputo cancellare
la traccia lasciata da chi trasformò
un’isola in visione.
Avevi compreso ciò che sfugge ai più:
l’infinito non abita le nuvole.
Germoglia rasoterra.
Nel seme affidato al futuro.
Nell’orto che conosce la pazienza.
Nell’ulivo che si piega e resiste.
Nel tramonto che ogni sera
rinnova il suo patto di luce con il mare.
E in quelle opere bianche
che continuano a respirare per l’isola,
s’innalzano alberi silenziosicresciuti dalla tua immaginazione.
Per questo Pantelleria
non custodisce soltanto il tuo ricordo.
Custodisce la tua presenza.
Nelle pietre che raccolgono il sole.
Nei fiori di cappero che ondeggiano al vento.
Nelle pareti che respirano per gli uomini.
E quando l’ultimo sole
scivola lento dietro il mare
tra porpora, rame e silenzio,
sembra che l’isola intera,
per un istante,
espiri lentamente
il tuo nome.
Giusy Andaloro

Lucia Boldi, nata a Palermo nel 1961, ama definirsi una collezionista di storie e di emozioni. Da giovanissima ha firmato articoli di attualità per il giornale L’Ora. Negli anni ottanta, nella storica via Libertà, ha aperto una boutique, diventata presto luogo di nicchia per le appassionate di moda. Per quasi quarant’anni ha ricercato la bellezza nei vestiti e fatto emozionare tante donne grazie alla linea ardita di un abito, alla consistenza eterea di un caftano in seta o alla forma originale di una collana. Quando la moda ha smesso di darle il batticuore, ha scoperto che con la penna poteva ricreare lo stesso incanto. Scegliere le collezioni o scrivere libri sono due attività che, a suo dire, si somigliano: si tratta sempre di esprimere la propria personalità e i propri sentimenti, anche se in maniera diversa. Cucurummà è il suo romanzo d’esordio.








