Il Punto di Vista: Pantelleria, lo Zibibbo dimenticato

Il Punto di Vista: Pantelleria, lo Zibibbo dimenticato

04/08/2026 0 Di Redazione

Il Punto di Vista: Pantelleria, lo Zibibbo dimenticato

di Vin­cen­zo Campo

La visi­ta del Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Ser­gio Mat­ta­rel­la a Pan­tel­le­ria è sta­ta moti­vo di orgo­glio per tut­ta la comu­ni­tà iso­la­na. La pre­sen­za del Capo del­lo Sta­to ha acce­so i riflet­to­ri su un ter­ri­to­rio straor­di­na­rio che rap­pre­sen­ta uno dei con­fi­ni più affa­sci­nan­ti d’I­ta­lia e d’Europa.

Pro­prio per que­sto, però, cre­do che sia sta­ta per­sa un’im­por­tan­te occasione.

Anco­ra una vol­ta si è par­la­to di Pas­si­to di Pan­tel­le­ria, di albe­rel­lo pan­te­sco, di Par­co Nazio­na­le e del rico­no­sci­men­to UNESCO, ma la paro­la che più iden­ti­fi­ca l’i­so­la è rima­sta sul­lo sfon­do: Zibibbo.

Non è una sem­pli­ce que­stio­ne terminologica.

Le paro­le costrui­sco­no iden­ti­tà e deter­mi­na­no il modo in cui un ter­ri­to­rio vie­ne per­ce­pi­to nel mondo.

Il Pas­si­to iden­ti­fi­ca un vino. Lo Zibib­bo iden­ti­fi­ca una sto­ria, una comu­ni­tà, una cul­tu­ra agri­co­la e un pae­sag­gio che nei seco­li han­no reso Pan­tel­le­ria uni­ca nel Mediterraneo.

Anche il pre­sti­gio­so rico­no­sci­men­to UNESCO vie­ne spes­so richia­ma­to come il rico­no­sci­men­to del­la pra­ti­ca del­la vite ad albe­rel­lo. È cor­ret­to, ma incom­ple­to. Quel­la pra­ti­ca agri­co­la è nata, si è svi­lup­pa­ta e con­ti­nua a vive­re gra­zie alla col­ti­va­zio­ne del­lo Zibib­bo di Pan­tel­le­ria. È pro­prio lo Zibib­bo ad aver model­la­to il pae­sag­gio rura­le del­l’i­so­la, tra­sfor­man­do una ter­ra dif­fi­ci­le in un patri­mo­nio del­l’u­ma­ni­tà. Sepa­ra­re quel­la pra­ti­ca dal viti­gno che l’ha gene­ra­ta signi­fi­ca pri­va­re quel rico­no­sci­men­to di una par­te fon­da­men­ta­le del suo signi­fi­ca­to sto­ri­co e culturale.

Nel cor­so del mio man­da­to da Sin­da­co ho rite­nu­to che que­sta que­stio­ne fos­se trop­po impor­tan­te per esse­re affron­ta­ta con super­fi­cia­li­tà. Per que­sto ho coin­vol­to esper­ti e pro­fes­sio­ni­sti di livel­lo nazio­na­le, pro­ve­nien­ti da diver­se real­tà ita­lia­ne, con l’o­biet­ti­vo di indi­vi­dua­re una solu­zio­ne giu­ri­di­ca e tec­ni­ca capa­ce di resti­tui­re cen­tra­li­tà allo Zibib­bo di Pan­tel­le­ria e raf­for­zar­ne il lega­me con il ter­ri­to­rio. Un per­cor­so che ha dimo­stra­to come le solu­zio­ni esi­sta­no quan­do c’è la volon­tà di difen­de­re un patri­mo­nio identitario.

Oggi Pan­tel­le­ria ha biso­gno di una scel­ta poli­ti­ca chiara.

Occor­re resti­tui­re cen­tra­li­tà allo Zibib­bo di Pan­tel­le­ria, facen­do in modo che il nome del viti­gno tor­ni a rap­pre­sen­ta­re l’e­le­men­to distin­ti­vo del­la deno­mi­na­zio­ne e del­la comu­ni­ca­zio­ne isti­tu­zio­na­le. Le eti­chet­te devo­no rac­con­ta­re con mag­gio­re for­za il lega­me inscin­di­bi­le tra lo Zibib­bo e Pan­tel­le­ria, men­tre i con­trat­ti di filie­ra dovreb­be­ro pre­mia­re chi col­ti­va, tra­sfor­ma, imbot­ti­glia e com­mer­cia­liz­za sul­l’i­so­la, crean­do valo­re per i viti­col­to­ri, con­tra­stan­do l’ab­ban­do­no dei vigne­ti e garan­ten­do un futu­ro alle nuo­ve generazioni.

In Ita­lia e nel mon­do esi­sto­no nume­ro­si esem­pi nei qua­li il nome di un viti­gno è diven­ta­to il sim­bo­lo stes­so del ter­ri­to­rio da cui pro­vie­ne, con­tri­buen­do a raf­for­zar­ne l’i­den­ti­tà e il valo­re eco­no­mi­co. A Pan­tel­le­ria, inve­ce, sem­bra esser­si affer­ma­ta negli anni una diver­sa impo­sta­zio­ne cul­tu­ra­le e comu­ni­ca­ti­va: si pre­fe­ri­sce par­la­re del pro­dot­to fina­le, del Pas­si­to, del­l’al­be­rel­lo pan­te­sco o del­la Sici­lia, men­tre il nome Zibib­bo di Pan­tel­le­ria vie­ne spes­so rele­ga­to in secon­do pia­no. Una scel­ta che rischia di tra­sfor­mar­si, col tem­po, in una vera e pro­pria abi­tu­di­ne cul­tu­ra­le, facen­do per­de­re for­za pro­prio a quel nome che più di ogni altro iden­ti­fi­ca l’isola.

Per que­sto ho par­ti­co­lar­men­te apprez­za­to il gesto del mae­stro Miche­le Cos­sy­ro, che con una sua ope­ra ha volu­to ren­de­re omag­gio allo Zibib­bo, rap­pre­sen­tan­do­lo come il vero oro di Pan­tel­le­ria. L’ar­te, a vol­te, rie­sce a coglie­re con imme­dia­tez­za ciò che la comu­ni­ca­zio­ne isti­tu­zio­na­le fati­ca a espri­me­re: che lo Zibib­bo non è sol­tan­to un pro­dot­to agri­co­lo, ma il sim­bo­lo più auten­ti­co del­l’i­den­ti­tà pantesca.

Resta allo­ra una doman­da che meri­ta una riflessione.

Per­ché, anche nel­le occa­sio­ni isti­tu­zio­na­li più impor­tan­ti, si evi­ta qua­si sem­pre di par­la­re espli­ci­ta­men­te di Zibib­bo di Pantelleria?

Vie­ne spon­ta­neo chie­der­si se que­sta scel­ta comu­ni­ca­ti­va non rispon­da anche all’e­si­gen­za di non inter­fe­ri­re con stra­te­gie di mer­ca­to più ampie, orien­ta­te a valo­riz­za­re il mar­chio “Sici­lia” piut­to­sto che la spe­ci­fi­ci­tà di Pan­tel­le­ria. Se così non fos­se, sareb­be auspi­ca­bi­le che pro­prio le isti­tu­zio­ni fos­se­ro le pri­me a resti­tui­re pie­na cen­tra­li­tà al nome che, da seco­li, iden­ti­fi­ca quest’isola.

Que­sta non è una bat­ta­glia con­tro qual­cu­no e non è una riven­di­ca­zio­ne localistica.

È una rifles­sio­ne sul futu­ro di Pantelleria.

Le paro­le non sono mai neu­tre. Chia­ma­re le cose con il loro nome signi­fi­ca rico­no­scer­ne il valore.

E nel caso di Pan­tel­le­ria quel nome, pri­ma di ogni altro, è Zibibbo.