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ASGI: l’Hotspot di Pantelleria, un microcosmo di diritti sospesi
18/07/2025Il nuovo rapporto ASGI sull’hotspot di Pantelleria, pubblicato il 14 luglio, documenta violazioni strutturali dei diritti umani, che lo configurano come un luogo di detenzione di fatto, privo di chiara base giuridica
ASGI: “Il passaggio a una gestione centralizzata da parte della Prefettura ha comportato una drastica riduzione della trasparenza.
L’accesso ai documenti e alle informazioni è parziale e spesso richiede contenziosi amministrativi; l’accesso fisico al centro è stato negato; e persino le autorità locali dichiarano apertamente di non sapere cosa accada all’interno dell’hotspot.”
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L’isola di Pantelleria, un piccolo lembo di terra italiana nel Mediterraneo, è da anni un punto di ingresso cruciale, ma spesso “invisibile”, per i migranti che giungono in Italia e in Europa.
A partire dall’estate del 2024, il centro di accoglienza sull’isola è stato formalmente designato come “hotspot”, con la funzione primaria di fornire primo soccorso e procedere all’identificazione dei cittadini stranieri, in particolare quelli provenienti dalla Tunisia. Questa formalizzazione, tuttavia, lungi dal portare maggiore trasparenza o un miglioramento delle condizioni, ha invece consolidato un sistema che solleva profonde preoccupazioni in materia di diritti umani.
Il nuovo dettagliato rapporto di ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) uscito il 14 luglio 2025, si propone di mettere in luce le criticità sistemiche e i dati più significativi che rivelano un modello di violazioni dei diritti fondamentali all’interno dell’hotspot di Pantelleria.
Il rapporto non si limita a descrivere una situazione isolata, ma inquadra Pantelleria come un “laboratorio emblematico”.
Viene evidenziata in più passaggi l’osservazione di problematiche serie, tra cui la detenzione sistematica alla frontiera e la sospensione delle garanzie costituzionali, sembrano essere state “recepite” nei nuovi Regolamenti sull’asilo approvati dal Parlamento Europeo nel 2024.
Questa inquietante convergenza solleva interrogativi fondamentali sulla compatibilità di tali politiche con i diritti umani, sia in Italia che a livello europeo.
L’esperienza di Pantelleria, pertanto, non è un’anomalia, ma un potenziale precedente per le politiche migratorie dell’Unione Europea, indicando un orientamento sistemico verso la securitizzazione e la sospensione dei diritti nella gestione delle frontiere. Ciò mette in discussione la stessa possibilità che “garanzie formali” possano coesistere con una “sostanziale sospensione dei diritti”.
Ecco una sintesi dei dati chiave relativi all’hotspot di Pantelleria, il report completo originale è a disposizione del lettore in versione consultabile o scaricabile alla fine dell’articolo.
Tabella 1: Dati Chiave sull’Hotspot di Pantelleria
| Categoria | Dato | Dettaglio |
| Arrivi | Agosto 2023 – Marzo 2024 |
3.234 arrivi registrati
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| Arrivi stimati (2023) |
Almeno 5.000 arrivi complessivi
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| Agosto 2024 – Gennaio 2025 (post-formalizzazione) |
592 arrivi
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| Manifestazioni di volontà di protezione internazionale (Agosto 2024 – Gennaio 2025) |
177 su 592 arrivi totali (122 uomini su 497, 55 donne su 95)
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| Capienza vs. Occupazione | Capienza dichiarata |
40 posti (5 moduli abitativi da 8 posti)
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| Sovraffollamento frequente (Luglio 2024 – Aprile 2025) |
Fino a 85 persone presenti in diversi giorni
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| Occupazione massima (2023) |
416 persone contemporaneamente
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| Tempi medi di permanenza | Ufficiali (2023–2024) |
2–3 giorni
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| Effettivi (Luglio 2024 – Aprile 2025) |
Fino a 5 giorni
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| Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) | Identificati (Agosto 2024 – Gennaio 2025) |
92 su 592 arrivi
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| Totale trattenuti (Agosto 2023 – Marzo 2024) |
663 minori
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I. La Detenzione di Fatto: Una Libertà Negata
Le dichiarazioni ufficiali delle autorità sulla natura dell’hotspot di Pantelleria, se sia una struttura “aperta” o “chiusa”, sono profondamente contraddittorie.
Inizialmente, la Prefettura ha affermato che il centro era una “struttura aperta” da cui i migranti potevano “entrare e uscire liberamente” dopo le operazioni di foto-segnalamento, con le uscite gestite dalle Forze dell’Ordine tramite appositi registri.
Questa affermazione, tuttavia, si scontra direttamente con una precedente dichiarazione della stessa Prefettura (aprile 2024), secondo cui le persone “devono essere vigilate e non possono lasciare la struttura” in attesa del trasferimento. La Questura, pur essendo indicata come responsabile della gestione delle uscite, ha dichiarato di non essere “in possesso di informazioni al riguardo”.
Una richiesta di chiarimento successiva ha rivelato un evidente “rimpallo di responsabilità” tra Prefettura, Questura e l’ente gestore (Sanitaria Delfino Cooperativa Sociale).
Sebbene l’ente gestore abbia ribadito che il centro è da considerarsi “aperto” e che la libertà di uscita è un “diritto imprescindibile”, ha poi ammesso che “fattivamente” le uscite sono gestite dalle Forze dell’Ordine.
Uscite arbitrarie, registro mai stato effettivamente utilizzato
Un elemento cruciale emerso è che il registro di entrate e uscite, pur esistente da due anni, “non è mai stato effettivamente utilizzato”. Le decisioni sulle uscite sono arbitrarie, affidate unicamente all’Ispettore di turno e basate su soggettive “ragioni di sicurezza”, come il timore di introduzione di oggetti pericolosi, piuttosto che su procedure formalizzate o criteri oggettivi.
Questa discordanza tra le dichiarazioni ufficiali e la realtà sul campo rivela una vera e propria “finzione giuridica” di un centro aperto.
Se il meccanismo formale di registrazione dei movimenti non viene mai utilizzato e le decisioni sono prese da singoli agenti in base a presunzioni non ancorate a una base giuridica definita, allora lo status di “aperto” serve a eludere le procedure formali di detenzione. Questa finzione permette alle autorità di aggirare le garanzie costituzionali relative alla libertà personale, creando una zona di limbo legale in cui i diritti sono sospesi senza alcuna responsabilità chiara.
La realtà sul campo, confermata dagli interlocutori locali, incluso un’ex amministratore comunale, è che i migranti sono “confinati all’interno del centro” e “non escono più”. Questo configura una privazione di fatto della libertà personale, esercitata senza alcuna base giuridica chiara o provvedimento formale, rendendola illegittima.
I tempi di permanenza, sebbene la Prefettura abbia indicato una media di 2–3 giorni (2023–2024), possono estendersi fino a 5 giorni, prolungando questo periodo di detenzione informale.
Il quadro che emerge è quello di un controllo invisibile.
Le autorità locali hanno accolto con favore il passaggio di responsabilità alla Prefettura, percependolo come una “centralizzazione positiva”. Questa centralizzazione ha coinciso con un rafforzamento della presenza delle Forze dell’Ordine, in particolare della Polizia di Stato, sull’isola.
Il risultato è che i migranti “non si vedono e non si sentono” da parte della popolazione locale. Questo suggerisce una strategia deliberata di “invisibilizzazione”, dove il confinamento fisico dei migranti è accompagnato dalla loro marginalizzazione sociale e politica.
L’accoglienza positiva della maggiore presenza di polizia da parte dei residenti, nonostante l’assenza di reali emergenze di sicurezza, indica un’accettazione sociale di questa “invisibilizzazione” come soluzione alle “questioni migratorie” percepite. Questo crea un precedente pericoloso in cui la “normalizzazione dell’eccezione” non è solo tollerata, ma implicitamente accolta dalle comunità locali, portando a una ridotta consapevolezza pubblica e responsabilità per le violazioni dei diritti umani. L’isolamento fisico dell’hotspot si traduce in una più ampia indifferenza sociale, rendendo notevolmente più difficili il monitoraggio indipendente e le attività di advocacy.
II. Il Silenzio Forzato: Privazione della Comunicazione
Al momento dello sbarco al molo, i telefoni cellulari dei cittadini stranieri vengono sistematicamente confiscati dalle Forze dell’Ordine, senza alcun provvedimento scritto che legittimi tale misura, e restituiti solo al momento del trasferimento o del rimpatrio. Questa pratica recide immediatamente il loro principale legame con il mondo esterno.
All’interno del centro, le comunicazioni sono drasticamente limitate. L’unica opzione disponibile è un telefono cellulare fornito dall’ente gestore, custodito dal personale del centro e utilizzabile solo per “brevi chiamate” previa registrazione su un apposito registro. Le conversazioni avvengono senza garanzie di riservatezza, in “ambienti non protetti”, e, aspetto critico, senza la possibilità di contattare liberamente un legale.
Il regolamento interno, redatto unilateralmente dall’ente gestore, proibisce esplicitamente l’uso dei telefoni personali e ne impone la consegna alle Forze dell’Ordine. Questa disposizione contraddice il principio più ampio della “libertà di corrispondenza” sancito dalla normativa nazionale (D.lgs. 286/1998, Art. 14, co. 2) e richiamato nel contratto di gestione.
Sebbene il regolamento interno menzioni una “estrema riservatezza” per le chiamate, non viene chiarito come questa sia garantita, e, soprattutto, non è prevista alcuna possibilità di comunicazione con un avvocato.
Nonostante gli obblighi contrattuali prevedano la fornitura di una scheda telefonica da 5 euro all’ingresso, l’ente gestore ammette che queste schede “non possono essere utilizzate all’interno della struttura” per mancanza di dispositivi o cabine adeguate, e sono di fatto utilizzabili “solo successivamente, una volta avvenuto il trasferimento in altra sede”. Esiste inoltre il sospetto che queste schede vengano fornite solo all’uscita e unicamente a coloro che sono ritenuti idonei alla permanenza, escludendo arbitrariamente gli altri.
La gestione della comunicazione presenta una lacuna critica nella fase iniziale
L’ente gestore entra in contatto con gli ospiti solo dopo il foto-segnalamento. Ciò significa che, durante la fase cruciale e più delicata, prima che il loro status giuridico sia definito, i migranti sono completamente privati della comunicazione: senza telefono personale, senza scheda telefonica funzionante e senza accesso al telefono condiviso del centro.
Questo crea un “sostanziale vuoto di tutela”. La sistematica confisca dei telefoni all’arrivo, l’assenza di canali di comunicazione privati, le schede telefoniche inutilizzabili e il completo vuoto comunicativo prima dell’identificazione suggeriscono una strategia deliberata.
Non si tratta di una semplice svista, ma di un modello che garantisce che i migranti siano isolati e disorientati durante la fase più critica del loro ingresso. Impedendo l’accesso a contatti esterni (familiari, avvocati, organizzazioni di supporto), le autorità disarmano di fatto gli individui, impedendo loro di comprendere o far valere i propri diritti.
Questo “blackout comunicativo” mina direttamente il diritto alla difesa e al giusto processo, creando un ambiente in cui gli individui sono vulnerabili a decisioni arbitrarie e privi dei mezzi per contestarle, rafforzando la natura opaca delle operazioni dell’hotspot e rendendo difficile l’intervento o il monitoraggio da parte di attori esterni.
Le implicazioni per la difesa sono significative: l’ente gestore non fornisce alcun elenco di avvocati, ostacolando l’accesso alla difesa legale. Inoltre, contattare il centro dall’esterno è “estremamente complesso, se non impossibile”, rendendo il flusso comunicativo unilaterale e impedendo a familiari o legali di stabilire un contatto tempestivo con la persona trattenuta.
III. Diritti Sconosciuti: La Mancanza di Informativa Legale
Nonostante chiari obblighi legali e contrattuali per una informativa legale completa , la sua erogazione a Pantelleria è “deficitaria e intempestiva”. Le informazioni sono generiche, fornite in modo collettivo (tramite una brochure e discussioni di gruppo), e non sono individualizzate in base alle esigenze specifiche delle persone accolte.
Un aspetto cruciale è che questa informativa viene fornita solo dopo la procedura di identificazione e la compilazione del “foglio notizie”. Questo documento, redatto con un’assistenza minimale e non ufficiale da parte di mediatori OIM e sempre in presenza delle forze dell’ordine, “cristallizza” di fatto le informazioni, rendendole “difficilmente modificabili” in seguito.
L’assenza totale di un momento informativo precedente all’identificazione impedisce ai migranti di comprendere i propri diritti, in particolare quello di richiedere protezione internazionale, in tempo utile per prendere decisioni informate. Le persone sono costrette a fare scelte cruciali sul loro status giuridico senza informazioni adeguate o assistenza legale preliminare. Questo ritardo, unito alla privazione della comunicazione, porta a una “sistematica compromissione delle garanzie fondamentali”.
La tempistica della fornitura delle informazioni è strategica. Se gli individui vengono informati dei loro diritti solo dopo aver già fornito dati che potrebbero determinare il loro status legale (ad esempio, se sono richiedenti asilo o migranti economici), allora l’informazione è di fatto inutile per influenzare quella determinazione iniziale.
Questo suggerisce una soppressione o un ritardo strategico delle informazioni per snellire i processi e potenzialmente limitare le richieste di asilo. Questa pratica mina il principio del consenso informato e del giusto processo, precludendo di fatto l’esercizio dei diritti fondamentali e trasformando il processo di identificazione in un meccanismo di controllo piuttosto che in un percorso di protezione. Crea inoltre una situazione paradossale: senza informazioni, gli individui non possono far valere i propri diritti; quando le ricevono, è troppo tardi per farlo efficacemente.
IV. Minori Invisibili: Le Fallacie nell’Accertamento dell’Età
I Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) a Pantelleria sono privati delle garanzie procedurali previste per l’accertamento dell’età. Non esiste una procedura di verifica formale sull’isola stessa; eventuali segnalazioni vengono semplicemente inviate alla Questura di Trapani. Gli accertamenti, quando avvengono a Trapani, si basano spesso su un unico esame radiologico, privo dell’approccio multidisciplinare richiesto dalla legge.
Si riscontra una chiara violazione della “legge Zampa”, poiché non vengono effettuate segnalazioni alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Palermo o ai servizi sociali territoriali. Questa salvaguardia legale cruciale viene ignorata. L’ente gestore entra in contatto con le persone solo opo che queste sono state identificate dalle autorità, impedendo qualsiasi “intervento preventivo” in caso di dubbi sull’età e rendendo strutturalmente inattuabile il “beneficio del dubbio”.
Le dichiarazioni di minore età sono spesso ignorate, e i minori non possono accedere a documenti sul proprio telefono o contattare i familiari per ottenere prove a causa della confisca dei telefoni.
Le conseguenze di questa errata classificazione sono gravi: molti minori vengono erroneamente trasferiti in Sicilia come adulti, il che può portare alla loro detenzione illegittima nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) in vista del rimpatrio, senza alcuna possibilità reale di contestare la propria età. Anche quando riconosciuti come minori, i loro trasferimenti avvengono solo in presenza delle Forze dell’Ordine, senza il supporto di personale civile o specializzato, compromettendo ulteriormente la loro protezione.
92 minori? Probabilmente di più…
Sebbene 92 MSNA siano stati identificati su 592 arrivi tra agosto 2024 e gennaio 2025, il rapporto sospetta fortemente che il numero reale di minori non identificati sia “significativamente più elevato” a causa di queste disfunzioni sistemiche. Tra agosto 2023 e marzo 2024, 663 MSNA sono stati trattenuti nel centro, a volte per periodi prolungati.
La combinazione di assenza di valutazione dell’età in loco, l’affidamento a esami radiologici singoli, la palese violazione della Legge Zampa e il coinvolgimento tardivo dell’ente gestore dimostrano una negligenza sistemica nella protezione dei minori.
Il sospetto di un numero molto più elevato di minori non identificati è una diretta conseguenza di queste carenze procedurali. Questo non è solo inefficienza, ma un meccanismo che permette ai minori di essere trattati come adulti, aggirando le protezioni specifiche a loro destinate. Ciò espone una profonda violazione etica e legale, che porta alla detenzione illegittima e al potenziale rimpatrio di bambini vulnerabili. Il sistema sembra privilegiare la rapidità di elaborazione e il controllo delle frontiere rispetto ai diritti fondamentali e al benessere dei minori, con il rischio di danni irreversibili e un aggravamento della loro vulnerabilità.
V. Condizioni Disumane: La Promiscuità e il Sovraffollamento
L’hotspot di Pantelleria ha una capienza dichiarata di soli 40 posti, distribuiti in 5 moduli abitativi da 8 posti ciascuno.Tuttavia, i dati rivelano un sovraffollamento cronico e grave: in diversi giorni sono state presenti fino a 85 persone, e nel 2023 si è raggiunto un picco di 416 occupanti contemporaneamente.
Nonostante le normative interne prevedano la separazione tra uomini, donne e minori “quando i numeri lo consentono”, ciò è strutturalmente impossibile data la frequenza del sovraffollamento. In situazioni di emergenza, la mensa viene trasformata in dormitorio con materassi a terra, portando a un’organizzazione informale e contingente degli spazi. I verbali delle ispezioni ufficiali confermano che la separazione tra uomini e donne è “difficilmente realizzabile” con un elevato numero di presenze.
La situazione è “particolarmente allarmante per i MSNA”
Molti minori non vengono identificati come tali all’ingresso e sono di conseguenza alloggiati con gli adulti, creando una “promiscuità strutturale” priva di protezione legale. Questo è aggravato dal fatto che 663 minori non accompagnati sono stati trattenuti nel centro tra agosto 2023 e marzo 2024, a volte per periodi prolungati, specialmente nei mesi invernali.
La capienza dichiarata di 40 posti, quindi, è un numero formale che non corrisponde alla realtà operativa dell’hotspot, dove l’occupazione può raggiungere 85 o addirittura 416 persone.
La clausola contrattuale che consente la non-separazione “quando i numeri lo consentono” di fatto legalizza la violazione degli standard di accoglienza di base durante i periodi di punta, che sono frequenti. Questo suggerisce che la “capienza” è una formalità amministrativa piuttosto che un riflesso genuino della capacità della struttura di fornire condizioni umane. Questa “illusione di adeguatezza” perpetua condizioni di vita al di sotto degli standard, colpendo in particolare i gruppi vulnerabili come donne e bambini. Evidenzia una carenza sistemica nel fornire un’accoglienza dignitosa, trasformando l’hotspot in un luogo di contenimento piuttosto che di cura, e minando ulteriormente i diritti fondamentali di coloro che vi transitano.
VI. Il Caso di Mahdi: Un Simbolo delle Violazioni Sistemiche
La vicenda di Mahdi, un cittadino tunisiano di 17 anni transitato per l’hotspot di Pantelleria nell’estate del 2024, rappresenta un “esempio paradigmatico” di tutte e cinque le categorie di illegittimità documentate, illustrando come queste violazioni siano “interdipendenti” e si “alimentino reciprocamente”. La sua storia conferisce un volto umano alle statistiche e ai concetti legali astratti.
Mahdi è transitato per Pantelleria due volte nell’estate del 2024. La prima volta, è stato erroneamente identificato come maggiorenne e illegalmente rimpatriato in Tunisia. Solo al suo secondo arrivo, circa un mese dopo, e grazie all’intervento tempestivo degli avvocati del progetto InLimine, è stato riconosciuto come minore e trasferito in un centro per minori in Sicilia. Questo evidenzia le gravi, e potenzialmente irreversibili, conseguenze delle iniziali carenze procedurali.
Durante entrambe le sue permanenze nell’hotspot, Mahdi è stato trattenuto per un totale di nove giorni senza che gli venisse mai fornita una comunicazione formale sui motivi del trattenimento né la possibilità di uscire liberamente, dimostrando la funzione dell’hotspot come centro di detenzione informale.
La sua libertà di comunicazione è stata sistematicamente negata
Il suo telefono è stato immediatamente confiscato all’arrivo e restituito solo dopo il rimpatrio. Durante la prima detenzione, non gli è stata fornita alcuna scheda telefonica e ha potuto effettuare una sola, brevissima telefonata alla madre, monitorata, senza possibilità di contattare un legale nonostante le sue ripetute richieste. La scheda telefonica gli è stata consegnata solo durante la sua seconda permanenza, al momento del trasferimento in Sicilia, dopo che la sua minore età era stata riconosciuta.
Per quanto riguarda l’informativa legale, Mahdi non ha ricevuto informazioni adeguate sui suoi diritti o sulla possibilità di dichiararsi minore. La sua dichiarazione di minore età e l’offerta di documentazione a prova sono state ignorate.
È stato registrato come adulto e trasferito al CPR di Caltanissetta per il rimpatrio, basandosi su una valutazione unilaterale delle autorità, senza che venisse sollevato alcun dubbio o attivata la “legge Zampa”. Un successivo accertamento dell’età, condotto in modo non conforme tramite una radiografia del polso, ha erroneamente confermato la sua maggiore età, portando alla convalida della detenzione e all’espulsione.
Infine, la mancata identificazione della sua minore età ha avuto gravi ripercussioni sulla sua permanenza nell’hotspot e successivamente nel CPR di Caltanissetta, dove è stato trattenuto in condizioni di promiscuità con uomini adulti, in spazi non adeguati né sicuri per un minore, aggravando ulteriormente la sua vulnerabilità e violando le leggi sulla protezione dei minori.
Un anello di una catena che porta a gravi danni
Il caso di Mahdi è potente perché illustra come ogni violazione (detenzione di fatto, privazione della comunicazione, mancanza di informazioni, errata classificazione dell’età, promiscuità) non sia isolata, ma un anello di una catena che porta a gravi danni.
La confisca del telefono impedisce di provare l’età, il che porta alla classificazione come adulto, che a sua volta conduce alla detenzione con adulti, esponendo ulteriormente il minore a rischi.
La mancanza di informazioni impedisce di far valere i diritti, rendendo l’individuo più suscettibile a decisioni arbitrarie. Questo dimostra un ciclo di violazioni che si rafforzano a vicenda. Questa interdipendenza delle violazioni significa che affrontare un problema isolatamente non è sufficiente.
È necessario un approccio olistico per smantellare la natura sistemica degli abusi dei diritti all’hotspot. Sottolinea inoltre la vulnerabilità degli individui in tali contesti, dove la negazione di un diritto può innescare una cascata di ulteriori abusi.
VII. Conclusioni: Pantelleria, Specchio delle Frontiere Europee
Pantelleria non è un’anomalia, ma un “laboratorio emblematico” per l’implementazione delle nuove pratiche di gestione delle frontiere europee, dove “garanzie formali convivono con la sospensione sostanziale del diritto”.
La progressiva formalizzazione del centro, lungi dal colmare le lacune preesistenti, ha generato un sistema che, pur apparendo conforme al quadro normativo, è in realtà strutturato attorno a pratiche che non solo sono illegittime, ma violano sistematicamente i diritti fondamentali.
Il passaggio a una gestione centralizzata da parte della Prefettura ha comportato una “drastica riduzione della trasparenza”. L’accesso ai documenti e alle informazioni è parziale e spesso richiede contenziosi amministrativi; l’accesso fisico al centro è stato negato; e persino le autorità locali dichiarano apertamente di non sapere cosa accada all’interno dell’hotspot. Questo svuota il principio di trasparenza, rendendo difficile ogni monitoraggio indipendente e rafforzando la marginalizzazione del fenomeno migratorio.
La relazione tra il centro e la popolazione locale evidenzia un’ulteriore ambiguità
Se in passato gli sbarchi erano visibili e talvolta accompagnati da contatti diretti con la cittadinanza, oggi l’isolamento fisico e informativo dell’hotspot ha generato un senso di distanza e indifferenza. I migranti “non si vedono e non si sentono”, come riportato da un intervistato.
Paradossalmente, la massiccia e crescente presenza delle forze dell’ordine viene accolta positivamente, pur in assenza di reali disagi o emergenze di sicurezza. Ciò indica un’accettazione sociale di questa “invisibilizzazione” e della “normalizzazione delle eccezioni”.
Il modello “hotspot”, come implementato a Pantelleria, sembra essere intrinsecamente progettato per operare in una zona grigia legale, privilegiando la rapidità di elaborazione e il controllo delle frontiere rispetto ai diritti individuali. L’aumentata opacità, il diniego di accesso e l’indifferenza locale non sono accidentali, ma piuttosto caratteristiche che consentono a questo modello di funzionare senza un adeguato controllo pubblico. Ciò implica una scelta politica deliberata a un livello superiore (nazionale ed europeo) di creare aree in cui i diritti fondamentali possono essere “sospesi” sotto la maschera della “gestione delle crisi”.
La normalizzazione di queste pratiche rappresenta una minaccia significativa per la supervisione democratica e lo stato di diritto, non solo alle frontiere ma potenzialmente all’interno di sistemi di gestione della migrazione più ampi.
Il rapporto conclude che questo sistema è “opaco e difficilmente sindacabile”
È urgente la necessità di una trasparenza autentica, di una reale responsabilità e di un ritorno alla piena adesione ai diritti fondamentali, garantendo che la Costituzione italiana rimanga centrale e imprescindibile nella tutela dei diritti di tutti, inclusi quelli dei cittadini stranieri.
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