Samuel Gorgone, trattenendo il fiato

15/06/2026 0 Di Lucia Boldi

Trentaquattro fotografie, un amico perduto e il ritorno a Pantelleria

 

di Lucia Boldi

 

C’è una foto­gra­fia, tra le tren­ta­quat­tro espo­ste da Samuel Gor­go­ne alla gal­le­ria Le alco­ve di van der Grin­ten, che sem­bra rac­con­tar­le tutte.

Un ragaz­zo è sospe­so nel vuo­to. Non è più sul­la roc­cia. Non è anco­ra nell’acqua. Per un istan­te appar­tie­ne a entram­bi i mon­di. Samuel la con­si­de­ra la sua imma­gi­ne pre­fe­ri­ta. Si inti­to­la sem­pli­ce­men­te Kim. For­se per­ché, in fon­do, rac­con­ta anche di lui: «Mi sen­to nel momen­to dell’immersione», dice. «Mi sono tuf­fa­to, anni fa, ma non so anco­ra dove emer­ge­rò. Sto trat­te­nen­do il fiato.»

È una rispo­sta che resta addos­so men­tre si per­cor­re la sua mostra foto­gra­fi­ca, inau­gu­ra­ta il 6 giu­gno e visi­ta­bi­le fino al 28. O alme­no così era pre­vi­sto ini­zial­men­te. L’interesse del pub­bli­co, infat­ti, è sta­to tale che si sta valu­tan­do una pro­ro­ga dell’esposizione di qual­che gior­no anco­ra. Un suc­ces­so che ha sor­pre­so lo stes­so auto­re. «Mi sono sen­ti­to nudo», con­fes­sa sor­ri­den­do. «Die­tro il ban­co­ne del Tikir­ri­ki- il bar di cui Samuel è pro­prie­ta­rio- sono al sicu­ro. Qui inve­ce mi sen­to espo­sto.» Eppu­re, osser­van­do le sue foto­gra­fie, si ha la sen­sa­zio­ne che Samuel si espon­ga da sem­pre. Le tren­ta­quat­tro imma­gi­ni rac­col­te in mostra cor­ri­spon­do­no ai suoi tren­ta­quat­tro anni. Sono qua­si tut­te nate a Pan­tel­le­ria. Qua­si. Per­ché ce n’è una che arri­va da altrove.

È il ritrat­to di Elia, ami­co fra­ter­no, pan­te­sco anche lui, e coin­qui­li­no duran­te gli anni tra­scor­si a Firen­ze. Elia è mor­to a cau­sa di un tumo­re al cer­vel­lo. Quan­do Samuel ne par­la, la voce ral­len­ta e gli occhi si inu­mi­di­sco­no appe­na. È l’unica foto­gra­fia del­la mostra non scat­ta­ta sull’isola. E for­se è anche la più per­so­na­le. Per­ché si com­pren­de che que­ste imma­gi­ni non rac­con­ta­no sem­pli­ce­men­te dei luo­ghi. Rac­con­ta­no del­le per­so­ne. «Il pae­sag­gio da solo è scar­no», spie­ga Samuel. «Sono i per­so­nag­gi a dar­gli vita.» Ed ecco allo­ra che Pan­tel­le­ria pren­de for­ma attra­ver­so i suoi abi­tan­ti. C’è Filip­po, il bar­bie­re, nel suo nego­zio dal­le pare­ti com­ple­ta­men­te tap­pez­za­te di calen­da­ri e foto­gra­fie di don­ne nude. C’è Jacuz­zo, immor­ta­la­to con la mano destra tesa in avan­ti, un atti­mo pri­ma di espri­me­re le con­do­glian­ze per la mor­te del padre di Samuel. Ci sono i ragaz­zi che si tuf­fa­no dagli sco­gli, i vol­ti incon­tra­ti per stra­da, le per­so­ne che abi­ta­no l’isola sen­za sape­re di esse­re diven­ta­te par­te del­la sua memo­ria col­let­ti­va. Il suo occhio da foto­gra­fo le osser­va con uno sguar­do che non giu­di­ca mai.
Le accoglie.

Per anni ha scel­to qua­si esclu­si­va­men­te il bian­co e nero. Non per nostal­gia, ma per neces­si­tà narrativa.
Il colo­re, dice, a vol­te distrae.
Il bian­co e nero costrin­ge a guar­da­re dav­ve­ro le persone.
Negli ulti­mi tem­pi ha ripre­so a lavo­ra­re anche con il colo­re, ma il cen­tro del suo lavo­ro resta immu­ta­to: gli esse­ri uma­ni, il mare, l’isola.
Ogni imma­gi­ne è accom­pa­gna­ta da una dida­sca­lia che non è una sem­pli­ce spie­ga­zio­ne, ma un bre­ve testo che rive­la una sen­si­bi­li­tà da nar­ra­to­re. Come se accan­to al foto­gra­fo con­vi­ves­se­ro uno scrit­to­re e un poeta.

Dopo gli stu­di a Roma e gli anni pro­fes­sio­na­li a Firen­ze, Samuel è tor­na­to a Pan­tel­le­ria. Non per­ché qual­cu­no glie­lo abbia chiesto.
I geni­to­ri non gli han­no mai impo­sto nulla.
Il padre era il tito­la­re del Tikir­ri­ki, il loca­le che da decen­ni rap­pre­sen­ta uno dei sim­bo­li del­la vita not­tur­na pan­te­sca. Un luo­go che per gene­ra­zio­ni di iso­la­ni e turi­sti è sta­to mol­to più di un sem­pli­ce bar: un pun­to d’incontro, un osser­va­to­rio pri­vi­le­gia­to sull’umanità che attra­ver­sa l’isola. Samuel avreb­be potu­to con­ti­nua­re altro­ve la pro­pria stra­da pro­fes­sio­na­le. Inve­ce ha scel­to di rien­tra­re e affian­ca­re la fami­glia. Non tan­to per il richia­mo dell’isola quan­to per sen­so del dovere.
«Samuel, è il momen­to di tor­na­re», si è det­to quan­do il padre si è ammalato.
Negli ulti­mi cin­que o sei anni la gestio­ne del Tikir­ri­ki ha ine­vi­ta­bil­men­te ral­len­ta­to la sua pro­du­zio­ne foto­gra­fi­ca, ma non l’ha fermata.
Anzi.
Die­tro il ban­co­ne con­ti­nua a osservare.
Con­ti­nua a rac­co­glie­re storie.
Con­ti­nua a stu­dia­re le persone.
«Sen­to l’eredità spi­ri­tua­le di mio padre come un pri­vi­le­gio», rac­con­ta. «Mi pia­ce par­la­re con i clien­ti, osser­va­re i turi­sti e i pan­te­schi. Ognu­no ha un modo diver­so di sta­re al bar.»

Quan­do gli si chie­de cosa direb­be ai gio­va­ni che sogna­no di lascia­re Pan­tel­le­ria, la rispo­sta arri­va immediata.
«È così che si fa. Si par­te. E poi si torna.»
Una fra­se semplice.
Ma den­tro c’è tut­ta la sua storia.
Oggi Samuel con­ti­nua a foto­gra­fa­re con la sua inse­pa­ra­bi­le Fuji­film X100S, una mac­chi­na ormai fuo­ri pro­du­zio­ne che chia­ma affet­tuo­sa­men­te “mia figlia”. Accan­to a lei ripo­sa una Nikon D810, più moder­na e per­for­man­te, che però non è riu­sci­ta a con­qui­sta­re il suo cuore.
For­se per­ché alcu­ne cose non si scel­go­no per ragio­ni tecniche.
Pro­prio come cer­te isole.
Pro­prio come cer­ti ritorni.
Pro­prio come cer­te foto­gra­fie che con­ti­nua­no a trat­te­ne­re il fia­to mol­to tem­po dopo esse­re sta­te scattate.