L’Immaginazione Creatrice: un racconto di Anselmo Consolo che dal buio porta speranza

L’Immaginazione Creatrice: un racconto di Anselmo Consolo che dal buio porta speranza

27/12/2019 2 Di Anselmo Consolo

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L’Immaginazione Creatrice

Uno splendido racconto di Anselmo Consolo, ricordo di un’infanzia a contatto con la Natura, con l’Archeologia, la Speleologia, con l’avventura.

Un episodio biografico che riporta alla mente un altro più tragico, quello di Alfredino Rampi e ci ricorda l’importanza della sezione Audio che partirà a giorni sulla nostra testata.

di Ansel­mo Con­so­lo

Avam­pos­to a Ter­ra Madre! In pieno sol­stizio d’inverno, nel giorno con meno luce dell’anno, rem­i­nis­cen­ze di un lon­tano pas­sato affio­ra­no dalle tue pro­fon­dità. Prende for­ma questo rac­con­to…

C’era una vol­ta un pic­co­lo vil­lag­gio di pesca­tori, cin­to da ver­di mon­tagne, si affac­cia­va sull’azzurro, ric­co mare. Il suo popo­lo vive­va in modo sem­plice e con­viviale. I bam­bi­ni gio­ca­vano feli­ci, gli anziani pote­vano passeg­gia­re sen­za essere investi­ti dalle auto, si riu­ni­vano per gio­care a carte o a boc­cette sot­to il sole. L’aria era ter­sa e salu­bre, sape­va di pro­fon­dità marine e flo­ra mediter­ranea.

Tra le case vi era­no cam­pagne abban­do­nate, alberi maestosi, ulivi mil­lenari, agrumeti pro­fu­mati. C’erano anco­ra le sor­gen­ti d’acqua nat­u­rale, perfi­no acque­dot­ti dell’antica Roma e gli abi­tan­ti anda­vano a riem­pire dami­giane del bene più puro e prezioso a dis­po­sizione di tut­ti.

Adesso han­no dis­trut­to tut­to! Le ruspe han­no srad­i­ca­to quei pic­coli par­a­disi dove i bam­bi­ni vive­vano epiche avven­ture sug­li alberi. Han­no sep­pel­li­to le fonti e viadot­ti romani con fred­do cemen­to e asfal­to. La cit­tà ha fagoc­i­ta­to il pic­co­lo vil­lag­gio.

Oggi è sta­to diger­i­to. Ha penosa­mente paga­to il suo scot­to all’insaziabile, gras­sa pan­cia del “pro­gres­so”, del cap­i­tal­is­mo liberista.

Anco­ra non sfre­gia­vano gli stradoni le tran­quille vie del vil­lag­gio. Non vi era­no scor­ri­men­ti veloci, svin­coli per il traf­fi­co, arterie urbane, cir­con­va­l­lazioni, sopra ele­vate, parcheg­gi auto, palaz­zoni, gente nevrot­i­ca intrap­po­la­ta nelle loro gab­bie rumor­ose, metal­liche.

Che for­tu­na! Quest’isola si è mira­colosa­mente sal­va­ta da tut­to questo. A Pan­tel­le­ria gli abi­tan­ti stan­no resisten­do alle più fero­ci aggres­sioni esterne. Gra­zie ai suoi anziani che han­no abi­ta­to quest’isola, non tut­to è anco­ra per­du­to! Han­no man­tenu­to l’onere di resti­tuire alle nuove gen­er­azioni una ter­ra qua­si inte­gra. Han­no tenu­to fede alla loro più alta respon­s­abil­ità. A Pan­tel­le­ria c’è anco­ra sper­an­za!

Ritornando a quel villaggio…

Era­no luoghi e tem­pi in cui l’entusiasmo di esistere sgor­ga­va dagli occhi dei bam­bi­ni e il loro futuro si stagli­a­va come uno ster­mi­na­to cam­po da gio­co. Le loro men­ti non era­no state ipno­tiz­zate dal touch screen e la tec­nolo­gia dig­i­tale non ave­va anco­ra rapi­to i loro sog­ni.

Uno di questi bam­bi­ni una vol­ta cadde den­tro una cav­er­na buia.

Ave­va cir­ca 12 anni, gio­ca­va al pic­co­lo spele­ol­o­go insieme ad altri ami­ci. Tra gli svariati inter­es­si che ave­va c’er­a­no la preis­to­ria, la pale­on­tolo­gia e quin­di la spele­olo­gia, mon­di da esplo­rare sem­pre insieme al suo pri­mo amore, la Natu­ra.

Non anda­va mai a gio­care al pal­lone, a volte insieme ai suoi tan­ti ami­ci trascor­re­vano intere gior­nate a scav­are den­tro le grotte, tem­po pri­ma si accorse che in alcune cav­erne affio­ra­vano strane conchiglie, che non vede­va nel suo mare. Da lì a poco ave­va trova­to vari reper­ti di un inse­di­a­men­to umano del pale­oliti­co supe­ri­ore.

Lì, 40.000 anni fa vive­vano degli esseri umani, lì si nutrivano, ci dormi­vano e ci mori­vano gli uomi­ni delle cav­erne. Men­tre scav­a­va in quei luoghi, il bam­bi­no immag­i­na­va la vita dei suoi pri­mor­diali com­pae­sani. Anco­ra non lo sape­va, era da un po inizia­to il suo viag­gio alla ricer­ca di se stes­so.

Tro­vò den­ti, ossa di ani­mali estin­ti migli­a­ia di anni fa, coltel­li e frec­ce in selce lavo­ra­ta. In segui­to tro­vò ossa umane, una mandi­bo­la, una calot­ta cran­i­ca, in una fendi­tu­ra alta del­la cav­er­na madre, forse dimen­ti­ca­ta dai pale­on­tolo­gi, tro­vò perfi­no due cor­pi che giac­ciono anco­ra lì in posizione fetale, uno si sup­pone sia di un ado­les­cente.

Tem­po dopo dei momen­ti di cui si nar­ra, mise i migliori reper­ti che ave­va trova­to in una scat­oli­na e si recò accom­pa­g­na­to dal suo papa al museo di pale­on­tolo­gia di Paler­mo. Lì, conobbe la buon ani­ma del diret­tore, lo stra­or­di­nario Pro­fes­sore Vin­cen­zo Bur­gio, che apprez­zan­do l’insolita pas­sione per un bam­bi­no, lo prese a cuore e per la sua felic­ità, nelle varie escur­sioni che ebbero modo di fare, gli rac­con­tò tut­to di quei luoghi.

Era­no giorni che scor­re­vano liberi e spen­sierati. Ama­vano cor­rere insieme a tut­ti i cani randa­gi che incon­tra­vano per cam­pagne, mon­tagne, boschi, scogliere… i loro gen­i­tori non avreb­bero mai potu­to sapere dove si trova­vano, se den­tro un per­tu­gio di una mon­tagna o in fon­do al cristalli­no mare, quan­do anco­ra ci nuo­ta­vano a flotte i cav­al­luc­ci mari­ni.

Un pomerig­gio insieme a Lino, Piero e Clau­dio, come spes­so face­vano in quel peri­o­do, si recarono nel com­p­lesso di grotte sulle pen­di­ci del Monte Gal­lo, adi­a­cente il vil­lag­gio di Sfer­ra­cav­al­lo.

La loro meta era la grot­ta prin­ci­pale, det­ta delle can­dele, ripor­ta­ta sui lib­ri di preis­to­ria del­la Sicil­ia per la sua pecu­liare strut­tura a trap­po­la in disce­sa, nel­la quale è sta­to ritrova­to un impor­tante cimitero di ele­fan­ti e macro fau­na preis­tor­i­ca.

Ave­vano solo un lumi­no a gas, giun­ti all’atrio in rev­eren­ziale ecc­i­tazione si adden­trarono nel­la grande cav­er­na. Il bam­bi­no face­va stra­da con la luce del lume, per­cor­ren­do il cor­ri­doio a sin­is­tra, dopo una sec­on­da cur­va a destra e pri­ma di arrivare nel­la grande sala, scivola­vano in una pri­ma disce­sa, men­tre il tet­to roc­cioso si incunea­va oriz­zon­tal­mente ver­so il bas­so, per questo gli ani­mali e gli ele­fan­ti migli­a­ia di anni fa resta­vano intrap­po­lati una vol­ta scivolati den­tro.

Dopo un breve salto si trova­vano all’interno del­la grande sala car­si­ca a for­ma di goc­cia. La luce dipinge­va affres­chi di ombre vive che si muove­vano tra le sta­lat­ti­ti e sta­lag­mi­ti, l’eco delle loro voci rim­balza­va tra le pareti alla ricer­ca di una via di fuga. Il gio­co con­sis­te­va nell’arrivare nel pun­to più pro­fon­do del­la grot­ta e vedere se c’erano fos­sili di ani­mali preis­tori­ci in super­fi­cie.

Per arrivare più giù, bisog­na­va scen­dere da una sec­on­da pen­den­za anco­ra più rip­i­da. Fu li che il bam­bi­no mise un piede in fal­lo, la cadu­ta fu dis­as­trosa. Nel­lo schi­anto il lumi­no a gas si fra­cassò sul­la roc­cia, divam­pò una grande fiamma che gli lam­bì il brac­cio, rotolò più giù, un po più lon­tano. Ad un trat­to la cav­er­na divenne rosso fuo­co, come un antro infer­nale. Restarono con gli occhi col­mi di stu­pore a fis­sare quel­la sce­na spet­ta­co­lare. Ma durò molto poco, presto la luce si affievolì, la fiamma divenne via via più pic­ci­na e in un ulti­mo fremi­to, come uno spiritel­lo morente, sparì.

Furono preda dell’oscurità più totale.

Ti sei fat­to niente?” Gri­darono da su Piero e Lino.
Mi sono fat­to male ad un piede,” rispose. “Non pos­so salire! Non vedo niente!
Anche noi non vedi­amo niente!
Provate a rag­giun­gere l’uscita e andate a trovare delle can­dele e una tor­cia,” disse loro.
Fac­ciamo più presto pos­si­bile, sti­amo tor­nan­do!” Sen­tì i suoi ami­ci rag­giun­gere l’uscita. Rimase da solo.

Non si può essere pre­cisi di quan­to tem­po trascorse lì, nel grem­bo del­la ter­ra. Forse solo due o tre ore nel­la più impen­e­tra­bile oscu­rità. Ma davvero gli parve un tem­po infini­to.

I sen­si restanti subito si acuirono. All’inizio sen­ti­va echeg­gia­re nel vuo­to il tic­chet­tio delle goc­ce d’acqua stil­late dal tet­to del­la cav­er­na. Pote­va sen­tire l’odore dell’aria umi­da e il pro­fu­mo dei min­er­ali, sen­ti­va il suo respiro.

Dopo un po’ riusciva a sentire perfino il suo cuore.

Tene­va gli occhi sgra­nati, ma la luce non pote­va rag­giun­gere quell’angolo sper­du­to. Avete mai prova­to a tenere gli occhi aper­ti in una stan­za total­mente buia? Quan­do si chi­udono gli occhi, l’oscurità è ben­venu­ta, la mente si rasser­e­na, ci si accinge a las­cia­re il mon­do del­la veg­lia per abban­donar­ci alle brac­cia di Mor­feo e sognare lib­era­mente. Ma quan­do si ten­gono gli occhi aper­ti e non si vede nul­la… è tut­ta un altra sto­ria!

Si immedesimò empaticamente con gli esseri umani non vedenti.

Ma come fan­no i ciechi? Si chiese.
Se riescono a vivere così per una vita, rius­cirò a resistere per un po di tem­po.
Cer­cò di ras­si­cu­rar­si.

Nell’antichità si con­sid­er­a­va chi non era dota­to del sen­so del­la vista, come un indi­vid­uo par­ti­co­lar­mente sag­gio e dota­to di potere div­ina­to­rio, capace di vedere oltre la mera super­fi­cie del­la realtà.

Forse Dio all’inizio dove­va essere cieco.
Nell’intollerabile, oscuro vuo­to esplose l’immaginazione cre­atrice!

Intan­to che l’oscurità lo inghiot­ti­va sem­pre più, la mente com­in­ciò a fare il suo lavoro, un roto­lio di sas­soli­ni dis­tan­ti, resus­ci­tarono un ele­fante preis­tori­co che bar­ri­va dis­per­a­to e cieco urta­va le roc­ce nel vano ten­ta­ti­vo di una via di fuga.

La tensione aumentava insieme al respiro.

Dopo un’o­ra cir­ca i sen­si di quel bam­bi­no andarono in sub­buglio, il tem­po sem­brò dilatar­si, spir­i­ti insidiosi si pre­sen­tarono in quel­la soglia tra immag­i­nario e reale. Presto la fan­ta­sia diede una spal­la­ta alla realtà. For­tu­na volle che tro­vò pace, altri­men­ti chissà quali mostri avrebbe potu­to gener­are quel­la pic­co­la coscien­za acer­ba…

Dopo due ore cir­ca ogni prodot­to del­la mente del bam­bi­no pren­de­va vita, come in un sog­no luci­do vede­va ciò che immag­i­na­va. Immag­inò di sal­vare da quel­la oscu­ra trap­po­la un cuc­ci­o­lo di ele­fante nano e con­seg­narlo alla sua madre. Immag­inò quan­to gli piace­va cor­rere libero per val­li boscose e mon­tagne.

Si rasserenò pen­san­do che si trova­va nel luo­go dove era volu­to andare. Lì si trova­vano i suoi amati ani­mali preis­tori­ci, benché ormai ridot­ti a reliquie fos­sili, piet­ri­fi­cati dall’ineluttabile mor­sa del tem­po, con­tin­u­a­vano anco­ra a ten­er­gli com­pag­nia.

Immag­inò di vedere cor­rere Piero, Lino, Clau­dio per le vie del vil­lag­gio, iner­pi­car­si veloci sul sen­tiero, arrivare davan­ti l’atrio del­la cav­er­na, sen­tir­li gri­dare: “Siamo Qui! Siamo tor­nati! Abbi­amo la luce, pure una cor­da!

Immaginò sentire i loro passi, vedere un bagliore in lontananza…

I suoi ami­ci era­no tor­nati per sal­var­lo! Il bam­bi­no si arrampicò sul­la cor­da, abbrac­ciò i suoi ami­ci, uscirono dal­la cav­er­na tut­ti con­tenti, con la sod­dis­fazione di aver vis­su­to un avven­tur­osa peripezia da rac­con­tare il giorno dopo. Ma adesso il sole sta­va calan­do sull’orizzonte, la cena era qua­si pronta. Bisog­na­va cor­rere…

Ter­ra Madre, dedi­co questo rac­con­to a tut­ti i bam­bi­ni come Alfredi­no Rampi, che sono cadu­ti den­tro una cav­er­na buia. Dopo che solo i cor­pici­ni rimasti ai loro cari o che non più potu­ti uscire da insond­abili mean­dri, sicuro han­no con­tin­u­a­to a cor­rere feli­ci negli ulti­mi par­a­disi.

Dedi­co questo rac­con­to anche a tut­ti gli esseri umani diver­sa­mente veden­ti.
Il loro sta­to sen­so­ri­ale non può essere pri­vo di ragione!
Può diventare un gen­er­a­tore di uni­ver­si, forse capace perfi­no di ricreare quei par­a­disi che sono andati per­du­ti.

Ter­ra Madre io ti vedo!