L’Editoriale. Pantelleria, i panteschi e il bisogno di rialzare la testa

L’Editoriale. Pantelleria, i panteschi e il bisogno di rialzare la testa

04/10/2019 0 Di Francesca Marrucci

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La vicenda della strada del Lago e della protesta di Battista Belvisi ci devono far riflettere sul concetto di unità e di comunità pantesca.

Pantelleria è un’isola ed è sola.

Tocca ai panteschi difenderla. Insieme.

L’Editoriale di Francesca Marrucci

La vicen­da del­la stra­da del Lago di Venere che ha tenu­to ban­co nei giorni scor­si, anche gra­zie alla protes­ta di Bat­tista Belvisi, dovrebbe far­ci riflet­tere sul sig­ni­fi­ca­to di comu­nità e di unità.

In un’iso­la come Pan­tel­le­ria ci si conosce tut­ti, si sa un po’ tut­to di tut­ti e quel­lo che non si sa lo si inven­ta, eppure su delle cose così impor­tan­ti che gra­vano sul quo­tid­i­ano di tante per­sone, in pochi pare­va sapessero effet­ti­va­mente cosa stesse succe­den­do: sul per­ché la stra­da fos­se anco­ra chiusa, sul per­ché fos­se sta­to fat­to il ricor­so al Tar, sulle respon­s­abil­ità del­l’am­min­is­trazione comu­nale… Ho sen­ti­to io stes­sa fan­ta­siose ver­sioni che non han­no aiu­ta­to cer­to a risol­vere il prob­le­ma.

Eppure il mes­sag­gio di Bat­tista Bevisi con il suo sciopero del­la fame era ben chiaro: un richi­amo all’u­nità, all’u­miltà come mi ha spec­i­fi­ca­to lui stes­so, alla dig­nità e alla respon­s­abil­ità col­let­ti­va. Il suo ram­mari­co che non solo Pan­tel­le­ria, ma la soci­età tut­ta, fos­se più con­cen­tra­ta al ‘mors tua, vita mea’, era palese per chi volesse ascoltare le sue rare, ma preziose parole o osser­vare la sua muta protes­ta. Logi­ca­mente, in un ambi­ente ristret­to come l’iso­la, la neces­sità del mutuo sup­por­to è più forte e dovrebbe essere con­sid­er­a­ta una pri­or­ità, eppure non sem­pre questo mec­ca­n­is­mo scat­ta auto­mati­co.

Di fronte ad un prob­le­ma che vede­va tutte le realtà di Pan­tel­le­ria par­ti lese allo stes­so modo, c’è sta­to anche qui chi ha pen­sato pri­ma a sé stes­so che alla situ­azione nel suo com­p­lesso.

Di fronte ad un gesto esem­plare e di cor­ag­gio come quel­lo di Bat­tista, i gesti avven­tati e penal­mente perseguibili di chi ha sposta­to i mas­si sul­la stra­da fan­no una ben meschi­na figu­ra. Anche Bat­tista pote­va fare un gesto dis­per­a­to o avven­ta­to, ma avrebbe prob­a­bil­mente las­ci­a­to il tem­po che trova­va. Ha scel­to invece l’in­tel­li­gen­za e la sen­si­bil­ità e ha prodot­to una pic­co­la riv­o­luzione. Tut­ti sono rimasti coin­volti nel suo gesto, pan­teschi, tur­isti, spet­ta­tori, ammin­is­tra­tori.

Ecco, Bat­tista ha saputo ricreare un legame nel­la comu­nità che si sta­va div­i­den­do in stu­pide fazioni, persi­no met­ten­do in mez­zo i feni­cot­teri, e questo è il suo inseg­na­men­to più grande.

È forse il tem­po, per i pan­teschi, di abban­donare defin­i­ti­va­mente la filosofia del min­ni­fut­to che ha por­ta­to solo a per­me­t­tere lo sfrut­ta­men­to di ques­ta mag­nifi­ca ter­ra da parte di chi ne usa risorse e nome sen­za rispet­to alcuno, forte del­la disponi­bil­ità dei suoi abi­tan­ti che spes­so si con­fonde con la pas­siv­ità.

I pan­teschi mer­i­tano di più, ma sen­za essere uni­ti non avran­no mai gius­tizia. Non ce lo inseg­na solo la vicen­da del­la stra­da, ma anche la vicen­da del Pan­tel­le­ria Doc. In trop­pi preferiscono stare in fines­tra a guardare per poi decidere dove but­tar­si, ma questo aiu­ta solo chi approf­itta sen­za scrupo­lo né rispet­to alcuno di ques­ta debolez­za. 

È qua­si un para­dos­so che gente tan­to gen­erosa, ospi­tale, con un cuore tan­to grande sia così disponi­bile con gli altri e poi non riesca ad unir­si sulle gran­di ques­tioni che la riguardano e che pos­sono deter­minare il futuro stes­so del­l’iso­la. Forse l’u­nità coat­ta di un con­fine cin­to dal mare sus­ci­ta un moto di ribel­lione, ma questo viene appli­ca­to nei con­testi sbagliati.

Quan­to forte e potente può essere la comu­nità pan­tesca uni­ta per difend­ere la pro­pria ter­ra, i pro­pri inter­es­si, le pro­prie tradizioni, la pro­pria cul­tura?

Quel­la stes­sa forza, foga, orgoglio, dig­nità che ogni sin­go­lo pan­tesco esprime nel par­lare dei suoi prodot­ti, del­l’iso­la, delle feste, del­la sua sto­ria, molti­pli­ca­ta per ognuno potrebbe essere ampli­fi­ca­ta e usa­ta come arma per dimostrare che Pan­tel­le­ria è una comu­nità com­pat­ta e resiliente, per niente rasseg­na­ta, ma decisa a far valere i suoi dirit­ti e le sue ragioni.

E invece, gli inter­es­si e gli ego­is­mi indi­vid­u­ali anco­ra preval­go­no e suc­cede che ad una domeni­ca per pulire l’iso­la si pre­senti­no più tur­isti che pan­teschi e tor­na, come un ritor­nel­lo sto­na­to, l’ac­cusa che spes­so i vis­i­ta­tori ten­gono a  Pan­tel­le­ria più che i pan­teschi stes­si.

Io non cre­do sia così.

Forse ormai molti pan­teschi sono immu­ni a tan­ta bellez­za che li cir­con­da e ne subis­cono meno il fas­ci­no di chi arri­va sul­l’iso­la, ma amano pro­fon­da­mente la loro ter­ra e la difendono, sem­pre a modo loro. Il mes­sag­gio di Bat­tista è quel­lo di far capire che insieme, uni­ti, il fardel­lo è minore e si por­tano a casa più risul­tati. Che in talu­ni casi il mal comune non sarà mez­zo gau­dio, ma è un pri­mo deci­si­vo pas­so ver­so la soluzione.

Non vor­rei più sen­tire pan­teschi sminuire la pro­pria pos­si­bil­ità di essere comu­nità coesa con frasi come: ‘Se fos­si­mo a Lampe­dusa sarem­mo sce­si tut­ti in piaz­za…’, per­ché l’oc­ca­sione di scen­dere in piaz­za c’è sta­ta con la ques­tione del Doc, ci sarà per altre ques­tioni e non ci saran­no più scuse, né ali­bi.

Non si può sem­pre deman­dare a terzi la risoluzione dei prob­le­mi, non si può aspettare sem­pre che l’am­min­is­trazione risol­va anche quan­do non è diret­ta­mente respon­s­abile, ma soprat­tut­to bisogna essere vig­ili, pre­sen­ti, coesi e uni­ti nel man­i­festare le pro­prie richi­este, non aspettare che altri lo fac­ciano per noi, per­ché deman­dare le respon­s­abil­ità poi sig­nifi­ca perdere il dirit­to a lamen­tar­si e subire le deci­sioni altrui. 

Pan­tel­le­ria è sola più di quan­to non cre­da e non solo per­ché è un’iso­la ed è lon­tana.

Spes­so è con­fusa con Lampe­dusa, per altro, dagli stes­si sicil­iani. Mi ha fat­to male, anche se non sono pan­tesca, ma con tut­to l’amore che nutro per ques­ta ter­ra e la sua gente, leg­gere i com­men­ti di alcu­ni sicil­iani sul nos­tro post che riguar­da­va la vicen­da del­la stra­da del Lago.

Un tale Francesco Rus­so ha scrit­to: ‘Le risposte dovete aspet­tar­le dal min­istro del­l’in­ter­no pri­ma e dal gov­er­no poi, se, per risposte inten­dete sol­di. I sicil­iani non vogliono spendere sol­di per il vostro essere accogli­en­ti. Volete essere accogli­en­ti? Pagate di tas­ca vos­tra. Che bel­lo essere accogli­en­ti con la tas­ca degli altri!’ 

Ora a parte il fat­to che il sig­nore ha evi­den­te­mente con­fu­so Pan­tel­le­ria con Lampe­dusa e non ha capi­to il nodo del­la ques­tione, a parte il fat­to che il suo e i com­men­ti sim­ili al suo non rap­p­re­sen­tano né la Sicil­ia né l’I­talia intera, è indub­bio il fat­to che quel famoso ‘mors tua, vita mea’ che Bat­tista Belvisi teme­va, impera ovunque e un’iso­la non può per­me­t­ter­si di affrontar­lo divisa.

I pan­teschi devono rialzare la tes­ta, pren­der­si per mano e soprat­tut­to devono esser­ci. Non serve urlare e fare piaz­zate, Bat­tista ce lo ha dimostra­to. Bas­ta la pre­sen­za, l’u­nità e la volon­tà.

Alzan­do la tes­ta i pan­teschi la offrono al sole e al ven­to.

E quel­la è l’iso­la. Lei c’è.

Ora man­cano loro.


Foto di Tom­ma­so Brignone