Essere mamma non è un sacrificio

Essere mamma non è un sacrificio

08/05/2019 0 Di Michela Silvia

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Sem­pre più spes­so vedo e sen­to donne che dicono di ‘sac­ri­fi­car­si’ per i figli, di non uscire più, di non dedi­car­si più ai loro svaghi, alle loro pas­sioni, ai loro ami­ci, alla loro per­sona, a niente che non sia i loro figli, tal­vol­ta per anni e anni.
Alcune lo dicono con una cer­ta sod­dis­fazione e fierez­za, certe che questi sac­ri­fi­ci con­feriscano loro una impareg­gia­bile nobiltà d’an­i­mo e che sia un bigli­et­to garan­ti­to per un pos­to in pri­ma fila in par­adiso.

Altre lo dicono con una dolorosa e sof­fer­ta rasseg­nazione, come se il gius­to prez­zo da pagare per l’im­men­sa gioia di avere un figlio fos­se nec­es­sari­a­mente quel­lo di vivere una vita di pri­vazioni e sac­ri­fi­ci. Altre (una esigua mino­ran­za, a dire il vero) las­ciano trapelare un sot­tile filo di rab­bia, un sen­so di ingius­tizia che fa intuire che le pover­ine non sospet­ta­vano min­i­ma­mente che la con­seguen­za del met­tere al mon­do un figlio fos­se un tale repenti­no tra­col­lo del­la loro vita pri­va­ta e sociale. Da figlia, e ora da mam­ma dico a queste madri che non è un bel sen­tire.

Nes­sun figlio vuole essere il solo e uni­co scopo di vita di un gen­i­tore.
Nes­sun figlio vuole questo fardel­lo sulle spalle. Nes­sun figlio vuole una madre frus­tra­ta e infe­lice. Nes­sun figlio vuole una madre ‘sac­ri­fi­ca­ta’ come un agnel­lo pasquale.
Nes­sun figlio vuole come mod­el­lo un gen­i­tore che non sa godere del­la vita, che non si diverte, che non vive.

Cre­do che tra i doveri di un gen­i­tore ci sia pro­prio quel­lo di trasmet­tere ai pro­pri figli l’amore per la vita, la gioia di vivere, la lib­ertà, l’indipen­den­za, la pos­si­bil­ità di con­cil­iare la mater­nità con il diver­ti­men­to. Non ho mai vis­to un bam­bi­no gioire veden­do una mam­ma triste e frus­tra­ta, mai.
Un figlio va edu­ca­to alla felic­ità, e deve pot­er avere un mod­el­lo di per­sona felice da imitare. Bisogna conoscere la felic­ità fin da bam­bi­ni, per poter­la cer­care da gran­di, e riconoscer­la quan­do la si tro­va.

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