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Un seme chiamato Rosamaria: le radici dell’Albero Azzurro
23/09/2025Un seme chiamato Rosamaria: le radici dell’Albero Azzurro
di Lucia Boldi
Oggi non vi racconterò di un attore speciale.
Oggi non ci sarà il diario delle prove, né il ricordo dei sorrisi o delle difficoltà superate insieme sul palco.
Oggi è indispensabile parlare di chi ha creato l’Albero Azzurro e del perché.
Perché nulla di ciò che stiamo vivendo esisterebbe senza quella scelta coraggiosa, nata da un dolore grande, trasformato in amore.
Perché l’Albero Azzurro non è solo un’associazione, ma una casa, un rifugio, un luogo dove ragazzi con disabilità varie e le loro famiglie hanno trovato la possibilità di crescere, di incontrarsi, di non sentirsi soli.
Lì dentro ogni gesto è radice, ogni sorriso è una foglia, ogni prova che facciamo è un ramo che si allunga verso il cielo.
Parlare dell’Albero Azzurro significa parlare dei suoi fondatori, Angela Rizzo e il marito Vincenzo Pandolfo, che dopo aver perso la loro Rosamaria hanno scelto di continuare ad amare.
Un amore che si è moltiplicato e ha generato forza.
Se gli attori che vi sto presentando uno per uno hanno un palco, un testo e un sogno da vivere, è solo perché qualcuno, anni fa, ha piantato un seme.
Un seme chiamato Rosamaria
E lo ha fatto perché da quel seme spuntasse una piantina.
Una piantina fragile e forte allo stesso tempo, che potesse consolarli dal dolore più grande: la perdita di una figlia.
Oggi quella piantina è diventata L’Albero Azzurro.
E intorno all’ albero crescono sorrisi, abbracci, vite intrecciate.
Ogni volta che i ragazzi provano una battuta, ogni volta che una risata rompe il silenzio, è come se nuove foglie spuntassero sui suoi rami.
Conosco Angela da tanti anni, so bene quanto sia gentile d’animo, sempre pronta a un sorriso o a una parola buona, ma con i ragazzi dell’Albero Azzurro diventa qualcosa di più: li coccola e li stimola, li sgrida e subito dopo li stringe in un abbraccio.
Li passa a prendere uno a uno, chi abita a Scauri, a Rekhale, a Kazzen, non fa differenza: il suo pulmino bianco con la scritta azzurra gira per tutta l’isola, e accompagna i ragazzi al centro, in via Dante. È un gesto quotidiano, ma ha il sapore di un rito d’amore. Sembra avere sempre una carezza pronta. È quella che tiene insieme i pezzi, che sorride quando c’è tensione e rassicura quando la voce trema.
La sua presenza è discreta ma indispensabile: come un filo invisibile che cuce le giornate e le prove, rendendo tutto più semplice, più leggero, più possibile. Angela non è soltanto la creatrice, l’organizzatrice, la direttrice del centro, è il cuore che batte per quei dieci ragazzi speciali, il motore che inventa strade quando sembrano finite. Ha imparato a trasformare ogni giorno in un’occasione: oggi un palco per recitare, domani la raccolta delle olive, e poi ancora una barca abbandonata da migranti che diventa orto sospeso, dove i semi mettono radici e parlano di futuro.
Per questi ragazzi lei organizza mille attività, non per riempire il tempo, ma per riempire la vita. La commedia Aspettando l’asinello non è che un capitolo di un libro più grande che Angela scrive senza penna, con gesti concreti, con l’ostinazione di chi sa che l’amore non deve mai restare fermo.
Accanto a lei, i ragazzi non sono “ospiti” o “assistiti”: diventano attori, contadini, giardinieri, custodi di un sogno. E Angela, silenziosamente, li accompagna come una madre che ha smesso di guardare al proprio dolore per trasformarlo in forza.
Accanto a lei e ad Enzo, anche Roberta e Marzia (a breve arriverà pure Pamela) che al centro si muovono come ombre buone, pronte a dare una mano, a sollevare, a sostenere. Senza clamore, senza protagonismi: semplicemente ci sono.
Angela, Enzo, Marzia e Roberta sono il cuore silenzioso di questa avventura: senza di loro, i ragazzi non salirebbero sul palco con la stessa fiducia e lo stesso coraggio.
Angela ed Enzo non hanno piantato solo un seme: hanno piantato speranza, resilienza, futuro. E come succede spesso, quando decidi di dare, scopri che ricevi molto più di ciò che hai donato: oggi Rosamaria rivive in ogni sorriso, in ogni passo, in ogni ragazzo che abita l’Albero Azzurro.

Lucia Boldi, nata a Palermo nel 1961, ama definirsi una collezionista di storie e di emozioni. Da giovanissima ha firmato articoli di attualità per il giornale L’Ora. Negli anni ottanta, nella storica via Libertà, ha aperto una boutique, diventata presto luogo di nicchia per le appassionate di moda. Per quasi quarant’anni ha ricercato la bellezza nei vestiti e fatto emozionare tante donne grazie alla linea ardita di un abito, alla consistenza eterea di un caftano in seta o alla forma originale di una collana. Quando la moda ha smesso di darle il batticuore, ha scoperto che con la penna poteva ricreare lo stesso incanto. Scegliere le collezioni o scrivere libri sono due attività che, a suo dire, si somigliano: si tratta sempre di esprimere la propria personalità e i propri sentimenti, anche se in maniera diversa. Cucurummà è il suo romanzo d’esordio.

