Il volto peggiore dell’Autismo. Una sera, un boato…

01/11/2019 0 Di Michela Silvia

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Questa è la storia di un autismo, di un autismo vero.
E’ il volto peggiore dell’autismo, quello che soltanto di rado i rotocalchi e le televisioni mostrano.
Un autismo che non brilla per genialità e che di eccezionale non ha nulla se non una donna.

19 Otto­bre 2019.
Siamo a Mug­nano, in provin­cia di Napoli. Sono le 7 di sera. Antonel­la è in casa, ma si sta preparan­do per uscire.
Improvvisa­mente un boa­to, un rumore. Il cuore di Antonel­la fa un bal­zo, antic­i­pan­do come solo una madre sa fare, ciò che anco­ra gli occhi non han­no vis­to.

Antonel­la è una don­na solare, radiosa. Gli anni, le pre­oc­cu­pazioni, le vicis­si­tu­di­ni non le han­no ruba­to la voglia di vivere e il deside­rio di essere felice. Antonel­la è una madre. La madre di Rosario, di Veron­i­ca. Ma soprat­tut­to Antonel­la è la madre di Simone.
Pri­ma anco­ra di essere Antonel­la, è la madre di Simone.

Vivere la dis­abil­ità di un figlio è vivere una riv­o­luzione. Tu, don­na, madre, non sei più tu. Esisti in fun­zione di colui per il quale non sei solo un gen­i­tore. Colui per il quale sei tut­to. Sei assis­ten­za, sei rin­for­zo, sei ponte con il mon­do, pun­to di rifer­i­men­to, pro­l­unga­men­to di cor­po e ani­ma.
Tut­to, fino a non essere più tu.
Antonel­la è la mam­ma di Simone ed ogni giorno com­bat­te con­tro quel mostro spi­eta­to che ha por­ta­to via loro ogni istante, ogni cen­timetro di vita.
Per­ché la dis­abil­ità di un figlio è dis­abil­ità tua, che por­ti addos­so e nell’anima.
Per­ché un figlio autis­ti­co ruba persi­no il tuo essere don­na.

Antonel­la è sola: il padre dei suoi figli era già anda­to via, pri­ma di Simone, pri­ma dell’autismo. Era già anda­to via, insieme alle sper­anze di una vita “nor­male”. E non è più tor­na­to, neanche dopo.
In ogni famiglia autis­ti­ca, ogni cosa, anche la più sem­plice e, per i più, banale, è strap­pa­ta, ruba­ta al mostro che divo­ra ogni nor­mal­ità.
Per­ché l’autismo non è un plus, non è un prodi­gio. L’autismo vero è fin­gere che tut­to vada bene quan­do vor­resti solo scap­pare via. Ma non puoi. Per­ché quel figlio è tuo, lo ami e lo odi pro­fon­da­mente fino a non sen­tire più la dif­feren­za tra questi sen­ti­men­ti di natu­ra oppos­ta ma entram­bi inten­si e rad­i­cali.

Antonel­la da sola por­ta avan­ti la sua famiglia. I ragazzi crescono e anche Simone con­quista una cer­ta sta­bil­ità, una cer­ta seren­ità nelle sue rou­tines, così impor­tan­ti per lui da tenere in pie­di il suo equi­lib­rio.

Ad un cer­to pun­to, però, qual­cosa si spez­za. L’equilibrio si rompe e Simone spro­fon­da in un bara­tro pro­fon­do, trasci­nan­do con sé Antonel­la ed i suoi fratel­li. Simone sta male, Simone cam­bia. Non è più il ragaz­zone sor­ri­dente e sociev­ole che la pic­co­la comu­nità locale ave­va impara­to ad amare. Simone si chi­ude in sé stes­so e, inca­pace di esprimere a parole il suo malessere, lo sfo­ga sul­la madre, la per­sona che più ama al mon­do.

Antonel­la conosce il peri­o­do più buio dell’autismo di Simone, fat­to di botte, di aggres­sioni, soli­tu­di­ni ed impoten­za. Anche le rou­tines di Simone, così impor­tan­ti per lui, le sue ter­apie, i suoi spazi sociali, si annul­lano per­ché tra­volti da questo cam­bi­a­men­to.

In questo infer­no che è diven­ta­ta la loro vita, Antonel­la non smette mai, neanche per un atti­mo, di cer­care di aiutare Simone, di tentare di com­pren­dere le cause di questo cam­bi­a­men­to, di trovare soluzioni.
La situ­azione peg­gio­ra ed arrivano anche i far­ma­ci, quel­li che sem­pre Antonel­la ave­va tenu­to lon­tano dal figlio, quel­li che però adesso sono nec­es­sari per tentare di “con­tenerne” i com­por­ta­men­ti ecces­sivi, quel­li che però spen­gono la vital­ità ed il sor­riso in Simone.

Antonel­la si dis­pera, sola e pri­gion­iera impo­tente di qual­cosa che non sa più come gestire: 24 ore con­tin­ue con un figlio che non riesce più ad aiutare e che si sforza comunque ogni giorno di amare.
Anche il cen­tro di riabil­i­tazione locale, uni­ca pos­si­bil­ità di offrire a Simone le nec­es­sarie ter­apie occu­pazion­ali e qualche ora da trascor­rere fuori casa, così impor­tante sia per lui che per la madre, rischia di chi­ud­ere i bat­ten­ti.
Tan­ta sof­feren­za. Tan­to silen­zio.
Ma la sera del 19 Otto­bre scor­so, questo silen­zio viene spez­za­to da un rumore sec­co e forte.

Un ton­fo al cuore.

Simone cade dal bal­con­ci­no di casa, in pre­da ad una crisi epilet­ti­ca. Cade giù. Antonel­la ter­ror­iz­za­ta si affac­cia tre­man­do e se lo vede lì: tut­to il suo amore, tut­ta la sua vita offer­ta e sac­ri­fi­ca­ta. Tut­to è piom­bato giù da qual bal­cone.
Un boa­to che scuote la pic­co­la comu­nità ed anche i mass media.
Per­ché Simone ce l’ha fat­ta. Simone non è mor­to. E’ cadu­to e si è rialza­to. Simone è vivo.
Ma il boa­to del suo cor­po sull’asfalto rimane un moni­to per tut­ti noi, per la comu­nità locale, per le isti­tuzioni.
Non si può abban­donare così una don­na, una famiglia.

Simone ha bisog­no di vivere luoghi e tem­pi adeguati ai suoi bisog­ni, Antonel­la ha bisog­no di non sen­tir­si sola. Rosario e Veron­i­ca han­no dirit­to di crescere sereni.
Per­ché la dis­abil­ità non si sceglie, non è un pre­mio né una punizione. Arri­va ed è la tua, pro­fon­da­mente tua.
E il boa­to del cor­po di Simone cadu­to giù, è qual­cosa che deve riguardare, inter­es­sare ed impeg­nare in pri­ma per­sona tut­ti noi e le isti­tuzioni… Sopratut­to quelle statali.
Per­ché tut­to questo dolore pos­sa diventare conc­re­ta­mente pos­si­bil­ità di vita… forse e final­mente!