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Pantelleria: cinque anni per costruire una fortezza, tredici giorni per distruggerla
31/07/2026Pantelleria: cinque anni per costruire una fortezza, tredici giorni per distruggerla
di Lucia Boldi
Cinque anni. Tanto impiegò il regime fascista a trasformare Pantelleria in una delle piazzeforti più imponenti del Mediterraneo. Bunker, gallerie, batterie costiere, rifugi scavati nella roccia: un’immensa macchina difensiva pensata per resistere a qualsiasi attacco. Bastarono gli ultimi tredici giorni di bombardamenti alleati, culminati con la resa dell’11 giugno 1943, perché quella fortezza crollasse e l’isola si arrendesse. È questo il paradosso storico che il dottor Sandro Casano ha raccontato ieri durante l’incontro patrocinato dal Parco Nazionale Isola di Pantelleria, dal comune di Pantelleria e organizzato dall’Associazione Barbacane al bunker di Bukkuram, uno dei luoghi simbolo della guerra sull’isola.
Pantelleria era il “tappo del Mediterraneo”. Per aprire la strada allo sbarco in Sicilia, gli Alleati dovevano far saltare quel tappo. Da questa immagine, tanto semplice quanto efficace, è partita la conferenza di Sandro Casano che, con il rigore dello storico, la passione del narratore e – come ama definirsi lui stesso – “la mentalità del ragioniere”, quasi a voler contare bombe, morti e feriti, ha ricostruito gli eventi che portarono alla caduta di Pantelleria attraverso un racconto ricco di aneddoti, documenti e immagini d’epoca.
Tra le immagini mostrate spiccava una fotografia di Benito Mussolini in tenuta da aviatore. Nel 1937 il Duce raggiunse Pantelleria pilotando personalmente un trimotore e, osservando le imponenti opere di fortificazione, rassicurò i militari: «Siete una fortezza, nessuno potrà prendervi.» La storia avrebbe avuto un epilogo ben diverso. Sei anni dopo, Pantelleria sarebbe stata il primo territorio italiano a essere investito dalla grande offensiva alleata e il primo a cadere, aprendo la strada allo sbarco in Sicilia.
Tra gli episodi più coinvolgenti della conferenza, Casano ha raccontato anche una spericolata missione di incursori britannici. Un sommergibile inglese si avvicinò alle coste dell’isola e, nel cuore della notte, un piccolo gruppo di commandos raggiunse la riva con un canotto. Davanti a loro si ergeva una scogliera alta oltre cento metri, che scalarono nel tentativo di catturare un soldato italiano da interrogare sulle difese dell’isola. Il piano, però, fallì. Un militare italiano, che in quel momento stava intonando ’O sole mio, si accorse della loro presenza e riuscì a dare l’allarme ai commilitoni. Ne seguì una violenta colluttazione sul ciglio della scogliera e, secondo il racconto di Casano, il soldato precipitò nel vuoto. Un episodio drammatico che restituisce tutta la dimensione umana della guerra, fatta non solo di strategie militari, ma anche di coraggio, paura e destini che possono cambiare nel tempo di una canzone.
Ascoltare questa pagina di storia all’interno del bunker di Bukkuram ha reso il racconto ancora più coinvolgente. Le pareti di quella struttura, nate per proteggere gli uomini dalla guerra, sono diventate il luogo ideale per conservare la memoria e trasmetterla alle nuove generazioni.
A concludere l’incontro è stato Carmine Acierno, presidente dell’Associazione Barbacane, che ha annunciato un’importante novità: entro la prossima estate saranno restaurate altre gallerie presenti nella zona, ampliando così il percorso di recupero e valorizzazione delle fortificazioni pantesche.
Visto l’interesse suscitato dall’incontro, l’Associazione Barbacane ha già fissato un nuovo appuntamento: la conferenza di Sandro Casano sarà replicata il prossimo 20 agosto, offrendo a chi non ha potuto partecipare un’ulteriore occasione per conoscere una delle pagine più significative della storia di Pantelleria.
Al termine dell’incontro, in una conversazione privata con il dottor Sandro Casano, Caterina D’Aietti ha condiviso un doloroso ricordo di famiglia. Sei suoi parenti persero la vita durante un bombardamento a Sibà. Abitavano a Rukia e avevano deciso di trasferirsi lì, ritenendolo un luogo più sicuro perché la loro contrada era troppo vicina all’aeroporto. Una testimonianza che ricorda come la grande storia si intrecci sempre con quella delle famiglie e come, accanto ai documenti d’archivio, sopravvivano memorie preziose che continuano ad arricchire la ricostruzione del passato.
Forse è proprio questo il valore di incontri come quello organizzato dall’Associazione Barbacane: trasformare bunker, gallerie e fortificazioni, un tempo strumenti di guerra, in luoghi di conoscenza e di memoria. Perché la storia non appartiene soltanto ai libri, ma continua a vivere nei luoghi che l’hanno custodita e nei ricordi di chi, ancora oggi, ne tramanda le vicende.

Lucia Boldi, nata a Palermo nel 1961, ama definirsi una collezionista di storie e di emozioni. Da giovanissima ha firmato articoli di attualità per il giornale L’Ora. Negli anni ottanta, nella storica via Libertà, ha aperto una boutique, diventata presto luogo di nicchia per le appassionate di moda. Per quasi quarant’anni ha ricercato la bellezza nei vestiti e fatto emozionare tante donne grazie alla linea ardita di un abito, alla consistenza eterea di un caftano in seta o alla forma originale di una collana. Quando la moda ha smesso di darle il batticuore, ha scoperto che con la penna poteva ricreare lo stesso incanto. Scegliere le collezioni o scrivere libri sono due attività che, a suo dire, si somigliano: si tratta sempre di esprimere la propria personalità e i propri sentimenti, anche se in maniera diversa. Cucurummà è il suo romanzo d’esordio.





