Mediterraneo d’Autore, cronaca di una spettatrice (dis)informata di Lucia Boldi Sono andata all’evento senza bandiere,…
Mediterraneo d’Autore, cronaca della seconda serata
05/07/2026Mediterraneo d’Autore, cronaca di una spettatrice (dis)informata Seconda serata
di Lucia Boldi
Sono tornata anche per la seconda serata di Pantelleria – Mediterraneo d’Autore. Qualche sedia occupata in più rispetto a venerdì e la sensazione che il passaparola avesse funzionato. Del resto, il programma prometteva una vera maratona di politica, giornalismo, cultura e geopolitica.
La prima a cambiare scenario è stata Myrta Merlino. Archiviato il candido lino bianco del debutto, questa volta è apparsa con un lungo kimono dai colori africani, acquistato qui a Pantelleria. Un’eleganza rilassata che sembrava dire: parliamo pure di geopolitica, ma senza dimenticare che siamo pur sempre su un’isola.
Ad aprire le danze è stata Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia Research e innamorata dichiarata di Pantelleria. Dopo una cascata di grafici, percentuali e torte colorate, sono arrivata a una conclusione: adesso sappiamo quanti italiani temono l’immigrazione, quanti la considerano una risorsa, quanti sono di destra, quanti di sinistra, quanti di centro… Se avesse avuto ancora cinque minuti a disposizione, probabilmente ci avrebbe detto anche quanti mettono i capperi sotto sale e quanti sott’olio.
In collegamento da Lampedusa, dove si trovava per la visita di Papa Leone XIV, Gaetano Galvagno ha riportato il discorso su Pantelleria. Più isolani o più isolati? Una domanda che, conoscendo i problemi di aerei e aliscafi, qui rischia di diventare una disciplina olimpica.
L’immigrazione, del resto, è stata la vera ospite d’onore della serata. Ne hanno parlato quasi tutti. Francesco Boccia, che la sera prima Myrta Merlino aveva scherzosamente definito “una sfinge” per la sua imperturbabilità davanti a La Russa, è entrato subito nel merito. Blocco navale, rimpatri, accoglienza. A un certo punto mi è sembrato che le parole “immigrazione” e “Mediterraneo” stessero facendo una gara a chi riusciva a essere pronunciata più volte.
Poi è arrivato Antonio Caprarica. C’è un momento in cui smetti di ascoltare cosa dice e ti godi semplicemente come lo dice. Perfino il nome di Trump, pronunciato da lui, sembra uscire da Buckingham Palace. Ha presentato il suo libro Il bullo, sostenendo che il presidente americano è rimasto, in fondo, il bulletto del cortile della scuola. Solo che, nel frattempo, il cortile è diventato il mondo.
Intanto io continuavo a divertirmi guardando quello che succedeva fuori dal palco. Ogni volta che lasciava il microfono agli altri moderatori, Myrta Merlino attraversava la platea per raggiungere Marco Tardelli. Una carezza, un sorriso, una parola. Più che un talk politico sembrava, a tratti, una pubblicità dell’amore coniugale. Poco distante anche Cecilia Sala, prima del suo intervento, era tutta presa da un fitto scambio di tenerezze con il compagno. Insomma: durissimi quando parlano di guerre, sorprendentemente normali quando credono che nessuno li stia guardando.
Poi Cecilia Sala è salita sul palco e l’atmosfera è cambiata di colpo. Ha raccontato la prigionia, la cella d’isolamento, il cappuccio sugli occhi. Nunzia De Girolamo, tradita da un lapsus, l’ha chiamata Ilaria Salis. Un attimo di smarrimento, poi un applauso del pubblico che ha rimesso subito le cose a posto.
La maratona è proseguita tra guerre combattute con droni, robot, intelligenze artificiali e nuovi equilibri mondiali. A un certo punto mi sono chiesta se, continuando così, alle prossime edizioni di Mediterraneo d’Autore ci saranno più umanoidi che giornalisti.
Grande attesa per Matteo Piantedosi, appena rientrato dall’Africa. Numeri, dati, accordi, sicurezza. Tutto molto preciso. A intervistarlo, oltre a Myrta Merlino, c’erano Gianluigi Nuzzi e Peter Gomez. Ho provato per tutta la serata a sorprendere Gomez senza sorridere. Missione impossibile. Sembra avere un sorriso incorporato, sempre acceso, come una spia luminosa. Anche quando le domande riguardano guerre, immigrazione e sicurezza, quel sorriso resta lì, discreto ma ostinato, quasi a ricordare che si può affrontare anche la complessità senza perdere la gentilezza. Ma la frase che mi porterò a casa di questa intervista non l’ha pronunciata lui, né Nuzzi né il ministro Piantedosi. L’ha detta Myrta Merlino: «Il Mediterraneo è diventato una bara liquida.» E lì, finalmente, il titolo della manifestazione è tornato protagonista.
A chiudere la serata, Michelangelo Pistoletto e gli altri ospiti hanno parlato di arte come diplomazia. Un finale che sembrava voler rassicurare tutti: dopo due ore di guerre, crisi e tensioni internazionali, c’è ancora qualcuno che pensa che un quadro possa fare quello che spesso non riesce a fare un trattato.
Nel frattempo, davanti allo stand della libreria Maccotta, proprio all’ingresso dell’Hangar, i libri di Cecilia Sala, di Gianluca Ansalone, di Caprarica, di Calenda, di Tommaso Cerno e di Massimo Giannini cambiavano proprietario con una certa velocità. Centocinquanta volumi arrivati apposta per l’evento. Il più richiesto? Quello di Cecilia Sala. Evidentemente, quando una storia è stata vissuta sulla propria pelle, la si ascolta con orecchie diverse.
Sono uscita dall’hangar con un’impressione. La prima sera avevo cercato il Mediterraneo e l’avevo trovato solo a tratti. Stavolta c’era. Ma non era quello azzurro delle brochure turistiche. Era un Mediterraneo agitato, pieno di confini, guerre, migranti, diplomazia e paure.
Quello vero, invece, era lì fuori. Calmissimo. Come se si divertisse ad ascoltare tutti noi che continuiamo a discutere di lui, senza riuscire mai a metterci davvero d’accordo.

Lucia Boldi, nata a Palermo nel 1961, ama definirsi una collezionista di storie e di emozioni. Da giovanissima ha firmato articoli di attualità per il giornale L’Ora. Negli anni ottanta, nella storica via Libertà, ha aperto una boutique, diventata presto luogo di nicchia per le appassionate di moda. Per quasi quarant’anni ha ricercato la bellezza nei vestiti e fatto emozionare tante donne grazie alla linea ardita di un abito, alla consistenza eterea di un caftano in seta o alla forma originale di una collana. Quando la moda ha smesso di darle il batticuore, ha scoperto che con la penna poteva ricreare lo stesso incanto. Scegliere le collezioni o scrivere libri sono due attività che, a suo dire, si somigliano: si tratta sempre di esprimere la propria personalità e i propri sentimenti, anche se in maniera diversa. Cucurummà è il suo romanzo d’esordio.










