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Da Pantelleria al Museo Pitrè: Massimo Oliveri e Pina Castronovo raccontano Palermo
18/05/2026Quattro Acque, Quattro Sante, Genio e una città
Da Pantelleria al Museo Pitrè: Massimo Oliveri e Pina Castronovo raccontano Palermo
di Lucia Boldi
Dal 23 maggio al 7 giugno il Museo Etnografico Siciliano Giuseppe Pitrè ospita “Quattro Acque, Quattro Sante, Genio e una città”, la nuova mostra di DUEART, il duo artistico formato da Pina Castronovo, “bariota nell’anima”, come lei stessa ama definirsi, e Massimo Oliveri, legato a Pantelleria attraverso le radici della sua famiglia e una nonna pantesca mai dimenticata.
Entrambi fanno parte della Proloco di Bagheria, ma in questa mostra sembrano muoversi dentro una Palermo più visionaria che geografica: i simboli più profondi dell’immaginario palermitano — le sante protettrici, i fiumi nascosti della città, il Genio e Santa Rosalia — sono reinterpretati attraverso un linguaggio contemporaneo fatto di colori accesi, richiami pop e forti contrasti visivi.
Ci sono città che si raccontano attraverso i monumenti.
Palermo invece continua a raccontarsi soprattutto attraverso i simboli.
“Quattro Acque, Quattro Sante, Genio e una città” non è una semplice esposizione pittorica, è piuttosto un attraversamento emotivo di Palermo.
Le figure della tradizione religiosa e popolare vengono sottratte alla fissità della devozione museale e riportate dentro una dimensione viva, vibrante, quasi inquieta. Le quattro sante palermitane — Ninfa, Cristina, Oliva e Agata — non appaiono più come immagini lontane da contemplare in silenzio, ma presenze femminili forti, moderne, immerse in colori accesi che ricordano certi linguaggi della Pop Art senza perdere il peso simbolico delle loro origini.
Anche Santa Rosalia cambia pelle. La Santuzza di DUEART conserva il mistero del volto sacro, ma si lascia attraversare da cromie elettriche, da contrasti improvvisi, da una luce che sembra volerla strappare alla tradizione immobile delle edicole e consegnarla a uno sguardo nuovo.
È una Palermo che non rinnega il passato, ma prova a rimetterlo in circolo.
Particolarmente suggestivo il lavoro dedicato ai quattro fiumi storici della città — Papireto, Oreto, Maredolce e Gabriele — trasformati in figure quasi mitologiche. Acque invisibili, sotterranee, che riaffiorano come memoria profonda della città stessa.
E forse non è un caso che uno dei due artisti, Massimo Oliveri, porti dentro di sé un legame con Pantelleria, isola dove il rapporto con gli elementi naturali conserva ancora qualcosa di arcaico eassoluto. «I fiumi nascosti di Palermo mi hanno sempre affascinato», racconta Oliveri. «Sono come certi movimenti sotterranei dell’anima: non li vedi, ma continuano a esistere».
Accanto a lui, Pina Castronovo porta invece dentro le opere una sensibilità profondamente legata a Bagheria, città che da sempre vive di arte, visioni e memoria figurativa. «Non volevamo realizzare immagini nostalgiche», spiega l’artista. «Ci interessava capire se simboli antichi potessero ancora parlare il linguaggio emotivo del presente».
Ed è proprio dall’incontro tra queste due sensibilità differenti che nasce la forza di DUEART. Non una fusione morbida e uniforme, ma quasi un’esplosione tra due stili, due visioni e due immaginari che invece di annullarsi si amplificano a vicenda. Da una parte l’energia istintiva e materica, dall’altra una ricerca più simbolica e figurativa. Il risultato è un linguaggio comune che conserva però entrambe le identità artistiche, rendendo ogni opera attraversata da una doppia tensione visiva ed emotiva.
Anche la scelta del Museo Etnografico Siciliano Giuseppe Pitrè non appare casuale. Il Pitrè, luogo che custodisce la memoria popolare siciliana, rappresenta infatti la cornice ideale per una mostra che prova a rimettere in movimento simboli antichi senza trasformarli in reliquie immobili. Qui tradizione, folklore, spiritualità e identità collettiva non vengono semplicemente conservati, ma continuano a dialogare con il presente.
A chiudere il percorso espositivo è il Genio di Palermo, figura ambigua e magnetica, qui reinterpretata con una forza quasi teatrale. Figura laica, misteriosa, antica quanto la città stessa.
Non santo, non re, non eroe. E neppure un reperto del passato, ma un custode ancora vivo, capace di attraversare il tempo senza perdere il proprio enigma.
È Palermo che osserva se stessa.
«Non volevamo imbalsamare Palermo dentro la tradizione», raccontano gli artisti, «ma restituirle energia, colore e presenza viva».
DUEART non prova a spiegare Palermo.
Prova piuttosto ad attraversarla.
Tra colori vibranti, figure sacre reinventate e acque che riaffiorano dal sottosuolo, la città emerge come qualcosa di vivo, irrisolto, mutevole. Non una cartolina immobile, ma un organismo inquieto che continua ancora oggi a custodire i propri simboli come fossero creature necessarie.Ed è forse questa la sensazione più forte che resterà uscendo dalla mostra: l’idea che certe città non smettano mai davvero di raccontarsi. Cambiano voce, cambiano luce, cambiano linguaggio. Ma continuano ostinatamente a riconoscersi nei propri misteri.

Lucia Boldi, nata a Palermo nel 1961, ama definirsi una collezionista di storie e di emozioni. Da giovanissima ha firmato articoli di attualità per il giornale L’Ora. Negli anni ottanta, nella storica via Libertà, ha aperto una boutique, diventata presto luogo di nicchia per le appassionate di moda. Per quasi quarant’anni ha ricercato la bellezza nei vestiti e fatto emozionare tante donne grazie alla linea ardita di un abito, alla consistenza eterea di un caftano in seta o alla forma originale di una collana. Quando la moda ha smesso di darle il batticuore, ha scoperto che con la penna poteva ricreare lo stesso incanto. Scegliere le collezioni o scrivere libri sono due attività che, a suo dire, si somigliano: si tratta sempre di esprimere la propria personalità e i propri sentimenti, anche se in maniera diversa. Cucurummà è il suo romanzo d’esordio.



