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Sanremo 2026: solo canzonette? Attenti a cosa premiamo
02/03/2026Sono solo canzonette? Attenti a cosa cantiamo e premiamo
Il ritornello della canzone vincitrice del Festival di Sanremo contiene un potente veleno culturale: l’idea che senza l’altro non si abbia valore, quasi non si esista
di Laura Boggero
C’è una ridda di polemiche che si scatena puntuale ogni anno dopo il Festival di Sanremo. Vale una sola regola d’oro: i gusti son gusti. De canzonibus non disputandum est.
E infatti non discuteremo della musica né della melodia né dello show allestito con i tanti preziosi soldi pubblici.
Non discuteremo neppure del fatto che ormai ci presenteremo all’Eurovision Song Contest con le bomboniere, il tavolo delle confettate e la zia che controlla chi ha lasciato la busta. È ironia troppo facile e in fondo anche questo è un pezzo d’Italia, che ci piaccia o no.
Proviamo invece a discutere di quello che premiamo.
Perché va bene tutto: la musica non è letteratura (anche se certi cantautori hanno scritto poesia vera) e la canzone non è lezione di pedagogia (anche se spesso racconta meglio di un saggio le contraddizioni di un’epoca)
Ma quando milioni di persone votano, applaudono e incoronano un messaggio, quel messaggio smette di essere solo intrattenimento. Diventa immaginario collettivo.
Il ritornello premiato:
Saremo io e te
Per sempre
Legati per la vita che
Senza te
Non vale niente
Non ha senso vivere.
L’amore come stampella emotiva
Davvero, nel 2026, dopo decenni di empowerment, autostima, self-love, percorsi terapeutici, podcast motivazionali e reel su “scegli te stesso”, il messaggio vincente è ancora: “senza di te la vita non vale niente?”
Decidiamoci. O siamo individui autonomi che rivendicano indipendenza emotiva e crescita personale. Oppure torniamo serenamente alla concezione medievale dell’anima gemella, senza la quale ci si spegne come un modem scollegato. Perché le due cose insieme non stanno in piedi. È come fare yoga ascoltando una sirena antiaerea.
Non siamo metà di niente
La narrazione romantica del ritornello, apparentemente innocua, contiene un potente veleno culturale. L’idea che senza l’altro non si abbia valore, quasi non si esista. Ma noi non siamo metà incomplete in cerca di incastro IKEA. Siamo interi. Gli amori sani aggiungono, non sostituiscono l’ossigeno.
Perché — ed è la parte meno ironica — questa mentalità è la stessa che, deformata e patologica, alimenta la psicologia dei cosiddetti delitti per amore. Quella logica per cui perdere qualcuno equivale a perdere il diritto di esistere o far esistere.
“O mia o di nessun altro”
La cronaca italiana recente, dalla tragedia di Giulia Cecchettin in poi (e in prima) dovrebbe averci insegnato qualcosa. L’amore non è possesso e soprattutto non è sopravvivenza assistita.
L’indignazione selettiva
Ci indigniamo (giustamente) per testi rap sessualmente degradanti, allusioni offensive, linguaggi discriminatori. Analizziamo ogni parola con la lente morale. Poi, però, a Sanremo vince la dipendenza emotiva. Premiamo un messaggio pericoloso, purché venga cantato con la faccia da bravo guaglione e romanticismo neomelodico.
Cambiano i generi musicali, ma la responsabilità comunicativa resta. La grammatica della comunicazione pubblica non ammette ignoranza. Dovremmo considerarlo fatto ben grave e non solo spunto di sfottò su Facebook.
Probabilmente non c’è alcuna cattiva intenzione. Solo una vecchia strategia infallibile: parlare dell’Amore con la A maiuscola funziona sempre, acchiappa like, lacrime e televoti. Ma imbellettare la fragilità emotiva, elevare l’annullamento personale a prova di passione eterna, è tragico. Inaccettabile. Perché le parole creano mondi.
E se continuiamo a raccontare che senza qualcuno la vita non ha senso, prima o poi qualcuno ci crederà davvero.

Laura Boggero, atleta di bodybuilding, docente e fitness trainer, content creator, scrittrice.

