Aspettando l’asinello, un attore speciale al giorno: Luisa Costa

Aspettando l’asinello, un attore speciale al giorno: Luisa Costa

22/09/2025 0 Di Lucia Boldi

Aspettando l’asinello, un attore speciale al giorno: Luisa Costa

Non è faci­le rac­con­ta­re Lui­sa: le paro­le le cor­ro­no den­tro velo­ci, ma si fer­ma­no sul­le lab­bra; allo­ra par­la con i gesti, con gli occhi, con le mani.
Nel­la com­me­dia ha la par­te di uno dei due vian­dan­ti e cre­do che Lui­sa sia una vian­dan­te anche nel­la vita: cam­mi­na tra emo­zio­ni for­ti, gio­ie improv­vi­se e malin­co­nie che si accen­do­no sen­za avvi­so. Nel­la com­me­dia, il momen­to che ama di più è quan­do mostra la caro­ta che ha por­ta­to per l’asinello. Un gesto sem­pli­ce, ma che per lei diven­ta sim­bo­lo di cura e attesa.

Quan­do ha sapu­to che avreb­be dovu­to reci­ta­re con la t‑shirt blu del cen­tro, ha pro­va­to in tut­ti i modi a con­vin­cer­mi a lasciar­le un toc­co per­so­na­le: una gon­na, oppu­re quel­la cami­cia con la tasca per­fet­ta per la caro­ta. Per­ché Lui­sa ci tie­ne a esse­re bel­la. E lo è, già così com’è.

Un gior­no, duran­te le pro­ve al cen­tro, all’improvviso, le spun­ta­no lacri­me vere. Quel gior­no era par­ti­to “il suo nipo­te maschio”. Lon­ta­no dall’isola, lon­ta­no da lei. In quel momen­to il copio­ne e la vita si sono fusi: la sua voce ha tre­ma­to, le paro­le si sono fat­te più dif­fi­ci­li, ma gli occhi rac­con­ta­va­no tut­to e io non ho potu­to trat­te­ner­mi dall’abbracciarla.

Un gior­no spe­cia­le è sta­to ieri mat­ti­na quan­do sono anda­ta a casa sua, a Rekha­le, per una ses­sio­ne inten­sa e per­so­na­le di pro­ve. Con me c’erano Gia­co­mo Poli­car­do, atto­re e com­pa­gno di sce­na nomi­na­to qua­si per gio­co — ma con serie­tà — assi­sten­te alla regia, e il docu­men­ta­ri­sta Nico­la Fer­ra­ri, che con la sua tele­ca­me­ra sta custo­den­do ogni momen­to di que­sta avventura.

Ieri Lui­sa si è impe­gna­ta come mai pri­ma: ripe­te­va le bat­tu­te, cer­ca­va i gesti giu­sti, vole­va che ogni fra­se aves­se il peso e il rit­mo che la sce­na richie­de. Ma non era solo un eser­ci­zio di tea­tro, era un incon­tro di gene­ro­si­tà. Ci ha offer­to un dol­ci­no pre­pa­ra­to da lei, poi un pic­co­lo ape­ri­ti­vo, come a dire: “Qui sie­te a casa mia”. E quan­do cre­de­vo che fos­se stan­ca del­la mia insi­sten­za, ha spiaz­za­to tut­ti pro­po­nen­do: “La pros­si­ma vol­ta vi pre­pa­ro un piat­to di spa­ghet­ti”.

Lui­sa non cono­sce mez­ze misu­re: si but­ta con pas­sio­ne in ciò che fa, si com­muo­ve se la vita le toc­ca i sen­ti­men­ti, sor­ri­de per un nome stam­pa­to su una locan­di­na, acco­glie chi entra nel­la sua casa con la stes­sa inten­si­tà con cui vive il palcoscenico.

È sem­pre alle­gra, cono­sce tut­to di tut­ti, è la memo­ria viven­te non solo di Rekha­le, dove vive, ma di tut­ta l’isola. Quan­do le ho dato tre locan­di­ne, non ci ha pen­sa­to un atti­mo: una da appen­de­re nel­la bache­ca del­la chie­set­ta del­la con­tra­da, una da lascia­re da Anciu­lid­da, al nego­zio di ali­men­ta­ri, e l’ultima da tene­re con sé. Per­ché c’è il suo nome stam­pa­to sopra. E que­sto basta a ren­der­la felice.

Cosa mi insegna Luisa?

Lui­sa mi inse­gna che la sen­si­bi­li­tà non è una fra­gi­li­tà, ma una for­za che ren­de autentici.
Mi inse­gna che si può pian­ge­re nel bel mez­zo di una pro­va tea­tra­le e resta­re comun­que splen­di­di, per­ché quel­le lacri­me sono vita che trabocca.

Mi inse­gna l’arte dell’accoglienza: anche quan­do è stan­ca o mes­sa alla pro­va, tro­va il modo di offri­re un dol­ci­no, un ape­ri­ti­vo, o di invi­tar­mi a un piat­to di spa­ghet­ti. Mi fa capi­re che la con­di­vi­sio­ne è un gesto natu­ra­le, non calcolato.

Mi inse­gna la gio­ia del rico­no­sci­men­to: un nome stam­pa­to su una locan­di­na per lei vale quan­to un applau­so, e mi ricor­da che la digni­tà di cia­scu­no pas­sa anche da que­sti segni con­cre­ti di appartenenza.

E soprat­tut­to, mi inse­gna che la bel­lez­za non sta negli abi­ti che sce­gli — la gon­na o la cami­cia con la tasca per­fet­ta per la caro­ta — ma nel modo in cui entri in sce­na con il cuo­re aper­to, pron­ta a vive­re davvero.

Lucia Bol­di