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Pantelleria, pane e memoria: la storia del Forno Brignone a Scauri
28/07/2025Pantelleria, pane e memoria
Storia del forno Brignone, tra terrazza sul golfo, lievito madre e infanzie impastate al vento
di Lucia Boldi
A Scauri, prima del turismo diffuso, prima degli aperitivi vista tramonto, prima ancora che il forno si chiamasse Marrone, il profumo del pane era quello del panificio Brignone.
Non era un marchio, era molto di più: il forno sotto e la famiglia nella casa sopra.
E una bambina, Giuseppina Maria, che giocava sul terrazzo affacciato sul mare, rincorrendo le formiche e impastando farina con basilico e menta per gioco, mentre il padre Nicola e la madre Antonia lavoravano all’alba. Entrambi Brignone, perché a Pantelleria, un tempo, i cognomi si ripetevano come le stagioni. Non era solo un forno e non era solo una casa. Era un piccolo mondo fatto di lievito, voci, vento salato.
Era il 1965, o giù di lì. Scauri era fatta di poche cose: un piccolo negozio di alimentari, poi il Bar del Porto, la parrocchia come centro della comunità. E il pane.
Quello non doveva mancare mai, neanche quando il maestrale bloccava le navi e la farina scarseggiava. Allora i forni si aiutavano: quello di Khamma, quello di Pinuzzo u Palermitano o delle sue figlie. Chi aveva, dava. Senza fatture né promesse.
Nel 1981 Nicola Brignone tornò dalla Fiera di Bari con una piccola rivoluzione: un nuovo forno, una filonatrice automatica, una spezzatrice, un’impastatrice capiente. Per Pantelleria, all’epoca, erano macchinari d’avanguardia. Strumenti che promettevano fatica in meno e pane in più, precisione, forza, velocità. Ma intanto erano anche un gioco per i bambini: Giuseppina e l’amico Vittorio Farina, che anni dopo aprirà U Frisco dove i genitori avevano il piccolo negozio di alimentari, si tuffavano sulla lana di vetro che avvolgeva il forno ancora da montare. La sera, la pelle pungeva e si arrossava, ma nessuno diceva niente. Così si cresceva, tra tecnologia nuova e giochi antichi.
C’erano i carnevali al Circolo Agricolo.
Nicola ballava fino alle tre del mattino, poi lasciava la festa e scendeva al forno, senza neanche passare prima da casa. Antonia e Giuseppina restavano a ballare. Tornavano solo all’alba, con i piedi gonfi e il sorriso stanco. Il giorno dopo però c’erano tutti: chi a impastare, chi a servire, chi a giocare tra sacchi di farina e profumi d’isola. Perché il forno non chiudeva mai davvero.
“Scauri era diversa – afferma Giuseppina Maria, trasferitasi sulla terraferma nel 2000 dopo aver vinto un concorso di infermiera nelle forze di Polizia e da poco tornata a vivere sull’isola – I vip venivano già, ma non esistevano i social né i settimanali da parrucchiere. Mia madre spesso non li riconosceva nemmeno. Li trattava tutti con la stessa gentilezza.”
Giuseppina Maria ricorda anche il giorno in cui cambiarono la prima insegna, ormai corrosa dalla salsedine. “Era scritta a mano, semplice, ma per molti era diventata familiare come una firma. Quando fu sostituita, una cliente affezionata, una certa signora Martinelli, lasciò un biglietto per mia madre. C’era scritto: Questo è il panificio più bello del mondo. Però io preferivo l’insegna vecchia.”
Un elogio e una carezza, con dentro tutta la poesia del tempo che passa e delle cose che si vorrebbero sempre uguali.
Quando il forno passò in affitto a Franco Marrone, Nicola non sparì: per anni continuò a dare una mano, perché il pane, per lui, era una missione.
Ora il forno, da una settimana, è sfitto. Ma dentro ci sono ancora le piastrelle, i ricordi, forse lo stesso lievito madre nutrito per anni con amore.
È in vendita, ma Giuseppina Maria dice che più del denaro, conta che torni qualcuno.
Qualcuno che faccia vivere di nuovo quel terrazzo sul golfo, che porti di nuovo l’odore del pane al mattino, oppure una bottega, un’idea.
Perché a Pantelleria il vento cambia, ma certi odori restano nella memoria per sempre.
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Lucia Boldi, nata a Palermo nel 1961, ama definirsi una collezionista di storie e di emozioni. Da giovanissima ha firmato articoli di attualità per il giornale L’Ora. Negli anni ottanta, nella storica via Libertà, ha aperto una boutique, diventata presto luogo di nicchia per le appassionate di moda. Per quasi quarant’anni ha ricercato la bellezza nei vestiti e fatto emozionare tante donne grazie alla linea ardita di un abito, alla consistenza eterea di un caftano in seta o alla forma originale di una collana. Quando la moda ha smesso di darle il batticuore, ha scoperto che con la penna poteva ricreare lo stesso incanto. Scegliere le collezioni o scrivere libri sono due attività che, a suo dire, si somigliano: si tratta sempre di esprimere la propria personalità e i propri sentimenti, anche se in maniera diversa. Cucurummà è il suo romanzo d’esordio.







