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Il Punto di Vista, MEGAF: Lo strano caso del corto ucciso a mezzanotte
15/07/2025Lo strano caso del corto ucciso a mezzanotte
(ovvero come imparare a sorridere della MEGAFuffa)
di Laura Boggero
C’è qualcosa di vagamente esoterico nell’aria di certi festival. Sarà la luna, sarà il passito prima della proclamazione dei vincitori. Certo è che accadono stranezze. Non le nota quasi nessuno, ma val la pena portarle in luce.
Il mio cortometraggio (‘A Chiamata) è scomparso dal radar dei premi, non ha ricevuto alcun significativo riconoscimento, ma stranamente, all’uscita del Cineteatro San Gaetano, alcuni membri della giuria di qualità (quella di cui s’è fatta orgogliosa menzione sulla stampa) mi hanno fermata (rincorsa) per sottolinearmi che il loro verdetto era completamente difforme rispetto alla classifica appena comunicata. “A chiamata” era stato decretato all’unanimità vincitore per la miglior sceneggiatura e candidato a miglior corto per l’originalità nella trattazione del tema dei migranti. Una giuria esterna (anche a loro non ben identificata) avrebbe ribaltato gli esiti. Sono molto grata a quei membri che mi hanno espresso solidarietà, confortando anche la tesi che gli altri concorsi, a cui sto partecipando con riconoscimenti vari, non siano solo frutto di un’allucinazione collettiva. Sarà che loro non sono abbastanza esperti ed altri esperti più esperti si sono palesati (ma non troppo) a rimettere ordine tra i premiandi.
Ah, scusate, tecnicamente un premio l’avrei vinto, quello per la miglior colonna sonora. Stranamente, però, il mio nome non è stato neppure menzionato, né come autrice del corto né come coautrice della musica, come da scheda ufficiale. Il premio è stato assegnato direttamente ed unicamente a Danilo Ruggero, ragazzo splendido e musicista di talento, che, con umiltà e imbarazzo, ha avuto la gentilezza di far notare al presentatore la gaffe, precisando che il lavoro era il mio. Strana svista, vero?
Come da regolamento, erano ammessi alla gara solo cortometraggi ultimati dopo aprile 2024. Stranamente, invece, alcuni titoli erano già on line da mesi, se non da anni. E non c’è voluto un investigatore alla Hercule Poirot: mi è bastato googlare autori e titoli, mossa dalla curiosità della tenzone. Una strana forma di amnesia digitale o una strana elasticità temporale?
Tra i premi assegnati, cito quello per “miglior trucco ed acconciatura”, stranamente attribuito ad un corto in cui due ragazzi di colore seminudi si fronteggiano in un bosco e in una cava. Tralasciando ogni giudizio artistico, dove sia la messa in piega francamente mi sfugge. Peccato che gli abiti non siano così succinti da valutare almeno la presenza di suggestivi trucchi prostetici inguinali. Un’ipotesi azzardata, ma pare l’unica possibile: i due erano attori caucasici bianchi, pittati di scuro per aggiungere un tocco d’inclusività old school. In tal caso premio ben meritato: via di blush e di etica!
Con cinguettii e voce rotta dall’emozione, sono state rese dichiarazioni di soddisfazione e grande successo dell’evento. Ma stranamente alla proiezione a cui io stessa ho assistito durante le valutazioni, c’era un pubblico prossimo allo zero e la sola giuria superstite, ancora fiduciosa che il suo voto valesse qualcosa più di un lupino. C’è più folla ad una riunione di condominio d’agosto (senza contare i vari eventi cancellati nell’ambito dell’intero programma festivaliero) Ora, capisco che 40 eventi con 1 persona valgono, matematicamente parlando, come 1 evento con 40 persone. Ma culturalmente non è la stessa cosa. Una strana ingenuità, una fede irriducibile nella proprietà commutativa della moltiplicazione o un miraggio? Un evento solitario non fa primavera, fa solo eco.
Infine, stranamente una coincidenza, ma forse solo un’illazione: 12 premi, 12 corti in gara (se togliamo il mio, arrivato – per ammissione pubblica dello stesso presentatore – last minute, a scombinare i piani). Una coincidenza tenera, quasi natalizia. Sembra di vedere un presepe democratico, dove ogni pastorello ha il suo regalo, ogni corto il suo premio. Così nessuno piange.
Insomma, strano è strano, ma quando le stranezze cominciano a mettersi in fila come alle poste, più che dubbi cominciano a sventolare certezze. Di una cosa non dubito: che verranno prontamente offerte, come replica, spiegazioni tecniche, formule magiche e diagrammi a torta per dimostrare che tutto è andato come doveva andare. Che poi forse è vero: non si può combattere contro le congiunzioni astrali o l’oracolo di Delfi.
Un’idea per il futuro che non ci sarà: non chiamatelo né festival né concorso, chiamatelo MEGAFuffa.

Laura Boggero, atleta di bodybuilding, docente e fitness trainer, content creator, scrittrice.


Salve, a mio parere il tono dell’articolo che evoca insistentemente la “stranezza” di certi accadimenti correlati al festival potrebbe essere ridimensionato. Ho partecipato anch’io al concorso e sono stata anch’io vittima di alcuni errori tra cui uno legato alla premiazione. Tuttavia non ho trovato nulla di “strano” nell’accaduto. Poco piacevole, magari, gestito sicuramente non nel migliore dei modi, ma sintomatico più di un’organizzazione sfuggita di mano per inesperienza e disattenzione piuttosto che di “fuffa” o “maneggi”. Dal mio punto di vista ho ritenuto sufficiente far notare con chiarezza e gentilezza al direttore artistico le criticità in maniera costruttiva. Comprendo la sua rabbia e la sua frustrazione, ma a mio parere non c’è stata disonestà da parte della direzione, come si lascia intendere nel suo articolo. Grazie.
Gentile Simona,
grazie per il suo commento a contributo del giornale, ma non è nostra abitudine ‘ridimensionare’ i pezzi dei nostri articolisti, tanto più se esprimono un punto di vista personale.
‘Ridimensionare’ le opinioni di chi scrive non è compito di un giornale e chi lo fa non fa bene il suo lavoro o fa altro.
Noi diamo possibilità a tutti di esprimersi e il Direttore Artistico del MEGAF, chiamato in causa, ha avuto modo di palesare ampiamente il suo punto di vista.
Così funziona: ognuno dice la sua e voi lettori siete liberi di farvi una vostra idea.
Spero che questa, che è la base del giornalismo, sia una scelta sempre apprezzata.
Grazie per averci letto e continui a farlo.
La Redazione
Gentilissimi, grazie per la risposta. Ci tengo giusto a precisare che non era mia intenzione suggerire di cambiare un articolo già pubblicato. Il mio era un commento personale critico nei confronti del tono utilizzato da chi scrive, un suggerimento a ridimensionare il modo di esprimere il proprio punto di vista per il futuro; il modo e non i contenuti. Trovo che il tono qui utilizzato sia stato fuori luogo, perché lascia sottintendere supposte motivazioni senza mai arrivare a spiegarle o dimostrarle, come suppongo e spero il buon giornalismo sappia ancora fare. Il fatto che io trovi questo tono fuori luogo e lo esprima, non significa che sto proponendo di cancellare o cambiare l’articolo. Mi scuso se le parole che ho usato possono non essere state sufficientemente chiare per essere comprese. Grazie.
Gentile Simona, al momento non sussistono disciplinari professionali che vietino ironia e sarcasmo. Li attenda con fiducia.