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Ale D’Aietti: Pantelleria nelle cuffie, Santiago nel sangue
10/07/2025Ale D’Aietti: Pantelleria nelle cuffie, Santiago nel sangue
Nato tra le pietre dell’isola, formato a Santiago e Barcellona: il suo primo EP è un atto d’amore elettronico che parte dalle bollicine sott’acqua
di Lucia Boldi
Aveva cinque anni, un bombolino sulle spalle e il mare di Pantelleria addosso: la prima frequenza Ale D’Aietti l’ha trovata sott’acqua.
Suo padre, istruttore di sub, lo ha portato a immergersi a Suvaki. In quella pozza lavica, tra i pesci e le pietre, ha ascoltato per la prima volta il suono delle bollicine che salgono verso la luce. Da allora, dice, non ha mai smesso di cercare quel ritmo. Quella precisione. Quella pace.
Ha il passo leggero di chi vive fra due mondi e la determinazione di chi ha scelto di raccontarli entrambi. Ale D’Aietti, 25 anni, è nato a Pantelleria, a tre anni ha lasciato l’isola per crescere a Santiago del Cile.
Da allora è sempre tornato ogni estate, come se l’isola fosse una madre distante ma mai dimenticata. “E ora è il momento di ringraziarla dedicandole musica, luce e gratitudine in forma di suono,” afferma Ale con il suo carismatico accento esotico.
Il progetto, intitolato “La Isla” si compone di cinque brani intensi, sensuali. Quasi un diario sonoro che non cerca l’effetto, ma l’essenza. Ogni traccia è ispirata a un luogo dell’isola: l’arco dell’elefante, le favare, il Gibele, e “Bajo el Mar” sotto il mare. Un misto di elettronica, funky, dance, paesaggio sonoro e suggestioni tribal, ispirate ai sound old school di Anderson Paak, al re del pop Michael Jackson, a Dua Lipa e Bob Sinclair, però con un tocco tutto personale. La sua musica non è imitazione: è traduzione. È Pantelleria che si apre a una dimensione diversa, internazionale.
Il video che accompagnerà l’EP è pronto: è un piccolo gioiello visivo realizzato da David Mariscal, direttore artistico, argentino di nascita e catalano di adozione e Hanju Chae regista ed editore, sudcoreano.
Tra scogli, profondità marine, vapori delle Favare e silhouette nella luce, Ale restituisce un’isola viscerale, onirica, carnale e non stereotipata.
Racconta l’isola attraverso la luce: ogni brano ha il suo momento, dal primo chiarore al tramonto.
Eccolo per voi in anteprima:
Ale osserva il mondo, ascolta gli algoritmi, fiuta l’aria. Dice che “pubblicare il video non è solo una decisione d’istinto, ma anche di marketing e perfino di maree. Perché ci sono cose che non si possono forzare. Devono semplicemente salire, quando è il momento giusto.”
La copertina dell’EP è un collage di luoghi reali e simbolici. Tra questi, c’è anche un piccolo dammusino in pietra, opera di Giovanni Brignone, incastonato con grazia e rispetto nel paesaggio. “Un dettaglio? No. Un’indizio della cura, dell’amore, della volontà di far convivere passato e visione.” spiega Ale.
A colpire è anche il suo stile: Ale indossa sempre kimono di seta realizzati dalla sorella Camilla, con cui condivide una visione estetica forte, fluida, profondamente legata al gesto creativo.
Testardo, magnetico, sensibile, Ale ha costruito da solo il suo progetto, con dedizione e coraggio. Ha studiato alla DJ Schoool del Cile e dopo un master di dieci mesi in Industria Musicale a Barcellona, si è chiuso nel suo home studio nascosto tra le pietre dell’isola. Un entourage scarno, il suo produttore Francisco Budge, alias Flairboy, cileno, il suo amico Pierpi che ha scritto le parole del brano “Insieme”. Per il resto Ale ha fatto tutto da solo. Scrive, compone, arrangia, registra, mixa.
Da lì, da quella stanza con vista sull’infinito, è nata la sua release “La isla”, un viaggio sonoro e affettivo.
Dice di non voler andarsene. Vuole restare sull’isola, ma restare bene. Fare musica qui, con lo sguardo che corre lontano.
“Sogno una musica che non racconti l’isola, ma che la contenga. Voglio portare nei miei brani i suoni veri di Pantelleria: il vento che sferza le vigne, il colpo della zappa che rompe la terra, le bollicine lente delle immersioni, i passi sulle rocce nere, il richiamo lontano di un gabbiano. Sto già lavorando a una produzione che non sia solo musicale, ma sensoriale, in cui l’ascolto si trasformi in esperienza. Come camminare sull’isola a occhi chiusi, lasciandosi guidare dai suoni.”
E forse è questo che lo rende diverso da tanti altri: il fatto che non cerca soltanto una vetrina. Lui non suona l’isola, l’ascolta. E solo dopo, con rispetto e con amore, la trasforma in battito, restituendo al mondo una musica che non si può ballare senza prima “sentire”. Sembra che Ale non abbia fretta: ha imparato dalle bollicine che anche ciò che parte dal fondo, se è autentico, prima o poi arriva in superficie.

Lucia Boldi, nata a Palermo nel 1961, ama definirsi una collezionista di storie e di emozioni. Da giovanissima ha firmato articoli di attualità per il giornale L’Ora. Negli anni ottanta, nella storica via Libertà, ha aperto una boutique, diventata presto luogo di nicchia per le appassionate di moda. Per quasi quarant’anni ha ricercato la bellezza nei vestiti e fatto emozionare tante donne grazie alla linea ardita di un abito, alla consistenza eterea di un caftano in seta o alla forma originale di una collana. Quando la moda ha smesso di darle il batticuore, ha scoperto che con la penna poteva ricreare lo stesso incanto. Scegliere le collezioni o scrivere libri sono due attività che, a suo dire, si somigliano: si tratta sempre di esprimere la propria personalità e i propri sentimenti, anche se in maniera diversa. Cucurummà è il suo romanzo d’esordio.


Una pura perla compositiva!