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Danilo Ruggero ci racconta la sua musica e il suo ritorno
07/07/2025Intervista a Danilo Ruggero in occasione dell’uscita del suo ultimo EP e del suo ritorno, non solo a Pantelleria
Il cantautore pantesco non smette di ricevere riconoscimenti in ambito nazionale e ci racconta, ‘scavandosi la schiena’ cosa significa proseguire a suonare senza cedere a facili compromessi
di Francesca Marrucci
È tornato sull’isola Danilo Ruggero, il cantautore pantesco fresco dell’uscita dell’ultimo EP, Puzzle, e subito è stato chiamato ad esibirsi, ieri sera, al Tikirriki Bar. Danilo non è un cantautore sui generis e nemmeno per tutti. Non fanno per lui le canzonette facilmente orecchiabili, non è farina del suo sacco un testo se non lo canta, lo racconta, lo rappresenta come una prosa vissuta, piena di interiorità profonda.
È un cantautore di parole, di testi, di concetti, Danilo, e questa sua particolarità gli è valsa nel tempo riconoscimenti importanti, di cui la nostra testata ha dato conti in questi anni. Lo abbiamo intervistato, come è nostra abitudine, in occasione di questo nuovo lavoro, composto da 5 pezzi, del suo arrivo sull’isola e della sua partecipazione al MEGAF.
Ce lo ha descritto con zelo e orgoglio, usando quelle stesse parole che caratterizzano la sua intera opera.
Partiamo dal singolo in rotazione nelle radio: Puzzle. Esce ad un anno dagli altri brani che compongono l’EP a cui dà anche il titolo e a 3 anni da La sindrome del pesce rosso. Come è nata Puzzle e cos’è cambiato in questo lasso di tempo?
È vero. Puzzle esce effettivamente a un anno da Sapone – il primo singolo estratto dell’EP – a sei mesi da Elefanti e a tre mesi da Dagli Alberi. Mi piacerebbe dirti che tutto era pianificato, che dietro questa cadenza c’era una strategia editoriale. Solo adesso però mi accorgo che a ogni uscita ho dimezzato il tempo d’attesa rispetto alla precedente. Poeticamente mi viene da dirti che sia andata come vanno le cose quando le lasci andare: seguendo un ritmo interiore più che una tabella di marcia. Come se, man mano, qualcosa dentro di me si sciogliesse inconsciamente, diventando più facile da lasciar andare. Come se i pezzi del puzzle facessero meno paura nel momento in cui iniziavo davvero a incastrarli, uno per uno. Puzzle, il brano più nudo e viscerale dell’EP, è uscito per ultimo. Ma non per chiudere il cerchio. Anzi: per lasciarlo aperto. Per darmi la possibilità di descrivere quel tipo di disordine senza la pretesa di doverlo sistemare, solo per farci pace e accettarlo così com’è dopo aver attraversato un blocco, un vero e proprio rifiuto.
Rispetto a La sindrome del pesce rosso, che pure nasceva da un senso di spaesamento, con Puzzle c’è un cambiamento nel tono e nella postura. Lì c’era ancora un tentativo di fuga, di cercare un senso negli altri, in un altrove. In Puzzle, invece, c’è un ritorno. Un’accettazione storta, ma onesta, del fatto che a volte i pezzi restano disallineati. C’è più crudezza, meno pudore. È come se in questi anni avessi smesso di provare a essere integro a tutti i costi e avessi imparato a convivere con tutte le mie “crepe”. Puzzle nasce proprio lì, dal punto in cui non si cerca più di guarire né di descrivere un processo di guarigione, ma si impara ad abitare la propria imperfezione.
L’EP omonimo è composto da altri tre brani usciti lo scorso anno e da una seconda versione di Puzzle, bellissima. Come si incastrano tra loro queste diverse parti del ‘Puzzle’?
Ognuno dei brani che compone questo EP nasce in un momento diverso, in una stagione emotiva distinta. Non sono mai stati pensati come pezzi complementari, eppure, a distanza di tempo, mi sono reso conto che parlavano tra loro, che condividevano uno stesso respiro.
Sapone è stato il primo gesto, il primo passo fuori. Nasce da una scrittura diaristica, terapeutica, che si interroga sul ricordo, sull’ossessione della memoria e sulla necessità di annotare anche ciò che si vorrebbe dimenticare. È fragile, intimo, ed è lì che ho capito che non potevo più restare in silenzio.
Elefanti invece, è più tagliente. Scava nella paura del cambiamento e nell’illusione che le cose, anche se traballanti, possano restare ferme ed è una fotografia di quell’istante in cui senti che qualcosa si sta rompendo, ma non hai ancora trovato il coraggio di guardare da un’altra parte. Parla di limiti, di limitatezze, di resistenze, di nuove e spigolose forme di consapevolezza emotiva e psicologica, ma anche di un desiderio profondo di trasformazione.
Con Dagli Alberi ho cercato un altro tono: più quieto, più osservativo. È una canzone che accetta la perdita, che la guarda da lontano, senza volerla correggere. L’immagine del ramo che lascia cadere un frutto non ancora maturo mi sembrava perfetta per raccontare quel tipo di equilibrio precario che si vive mentre si cresce: restare e lasciar andare in queste visioni dicotomiche di spinte contrapposte che tirano da ambo i lati.
Poi c’è Puzzle, che è il centro ma anche il bordo scomposto di tutto. È il pezzo più crudo, quello che non cerca redenzione né riparazione, che non vuole sistemare i frammenti, ma nominarli e fare la conta di quelli mancanti. La seconda versione, quella acustica, non è un doppione: è la voce più fragile del brano e dell’EP, quella che non urla, che resta seduta nel caos e lo osserva. Le due versioni convivono perché una racconta il dissesto emotivo, l’altra lo contiene. Una si contorce, l’altra respira. Entrambe, a modo loro, mi rappresentano. Entrambe, credo, erano necessarie.
Così questo EP non è un percorso lineare, non offre soluzioni né morali. È più una mappa dei vuoti, delle pause, delle cose irrisolte che però esistono, meritano di essere raccontate e non necessariamente essere risolte.
L’EP vanta collaborazioni importanti, ce ne vuoi parlare?
Lavorare con più produttori non è stata una scelta strategica, ma qualcosa che è accaduto per necessità, nel tempo, seguendo l’evoluzione stessa dell’EP. Ogni brano, ogni fase, ha avuto bisogno di una prospettiva diversa – quasi come se anche in questo, il disco avesse voluto rimanere fedele alla sua natura frammentata. Dadàmo è stato il primo a entrare in contatto con le canzoni nella loro forma più grezza, acustica. Con lui è nato il primo arrangiamento di Puzzle, che ha poi influenzato tutto il resto, anche senza toccare direttamente gli altri brani.
Marco Zoppi ha dato concretezza alla versione alternativa, più nuda e vulnerabile, ma è tornato anche sulla produzione della versione ufficiale, aiutandomi a smontarla e ricostruirla. Pasquale Dipace e Alberto Laruccia sono entrati in un secondo momento, ma hanno avuto un ruolo cruciale nel dare all’EP una coerenza emotiva e sonora: Pasquale ha aggiunto profondità e tensione armonica, Alberto ha cucito tutto con gli archi e i synth come fossero legature invisibili tra le tracce.
Alla fine, sì, è stato complicato, a tratti anche caotico. Ma in un lavoro che parla di fratture e ricomposizioni, anche la sua stessa genesi doveva passare da più mani, più occhi. Come se il disco si fosse costruito da sé, pezzo dopo pezzo.
I riconoscimenti e i premi di questi anni certificano il tuo percorso di ricerca e qualità che va avanti senza fretta, ma con una grande interiorità che riesce ad esprimersi con testi mai banali che pretendono un ascolto attendo, profondo, immersivo. Sembreresti il perfetto contrario di quanto richiede il mercato oggi, eppure dimostri che il posto per il cantautorato di qualità c’è ancora.
Questa domanda mi ricollega ad una riflessione che mi porto dietro spesso e apri il vaso di Pandora. Io non ho mai voluto scendere a compromessi con la velocità, con la leggerezza forzata o la necessità di essere sempre “comprensibili al primo ascolto”.
In Sapone scrivo: […] Per scrivere versi universali bisogna scavarsi la schiena, scavarla tutta, fino in fondo con le mani […] questo verso racconta, per l’appunto, della fatica fisica ed emotiva che serve per arrivare a una scrittura autentica. Non una scrittura costruita a tavolino, pensata per piacere, ma qualcosa che nasce dalla carne, dalla tua storia, dai nervi scoperti. Non basta raccontare l’esperienza, bisogna entrarci dentro, farsi attraversare, anche se questo significa esporsi e scavare dentro ferite mal guarite. “Scavarsi la schiena” credo sia una metafora viscerale: non scavo la mente, non il cuore. Scavo dietro, dove non si vede, dove si accumulano i pesi che si trasportano e che non si riescono a lasciar andare.
Il paradosso è che proprio in quella parte più tua, più irripetibile, più ferita – se hai il coraggio di raccontarla senza veli – può nascere qualcosa di universale. Non perché lo hai pensato così, ma perché l’esperienza umana, quando è vera, smette di avere confini. E allora diventa di tutti. Mi accorgo che proprio questa mia resistenza al tempo dell’algoritmo o alla moda delle case discografiche mi permette di rimanere fedele a ciò che scrivo e a ciò che sono.
Seguire il mercato discografico non è la stessa cosa che seguire la musica. Il mercato è un fast food e chiede canzoni take away, formule replicabili. Il mio sguardo non rincorre la novità, la studia piuttosto. La musica che mi interessa e che ascolto non ha poi fretta di piacere. Richiede tempo, come tutte le cose e seguire il mercato significa spesso semplificare, io invece con la musica sono mosso dal bisogno opposto, ovvero di “addentrarmi”, di “immergermi”, non di semplificare. Non c’è un modo veloce per raccontare un dolore. Non c’è un algoritmo che gli restituisca un nome. Il tempo sì.
Inoltre, se il mio EP s’intitola Puzzle ed è abbastanza lontano dal quel che il mercato vorrebbe, è proprio perché non voglio cedere alla tentazione di incollare i pezzi in fretta pur di arrivare prima. Il mercato cambia continuamente, la verità no e io voglio essere una persona sincera, soprattutto per il significato che ha per me fare arte.
Come sempre torniamo al tuo rapporto con Pantelleria, dove tutto ha avuto inizio e dove continui a seminare collaborazioni e presenze. Sappiamo dell’ultima collaborazione al corto di Laura Boggero in concorso al MEGAF. Vuoi parlarcene?
Pantelleria, come ho già scritto, non è solo un luogo da cui provengo, è una lente attraverso cui ancora guardo le cose. Mi piace davvero pensarla così. È la mia origine, ma non solo in senso geografico. È una specie di ventre caldo – da piccolo dicevo culla piena di bambagia – in cui ogni volta torno con qualcosa di nuovo da dire – o con un silenzio diverso da considerare.
A parte all’inizio del mio percorso artistico con Letizia Stuppa, non ho più intrecciato il mio percorso musicale con quello che vivo nell’isola o per l’isola, creando relazioni artistiche che non fossero solo estemporanee per i live estivi. Il lavoro con Laura Boggero è una novità in questo momento della mia vita artistica e quando mi ha chiesto di collaborare al suo corto inserendo le mie canzoni, ho detto sì, quasi d’istinto, anche un po’ a scatola chiusa.
Ho scoperto che Laura ha uno sguardo delicato, verticale, entra nelle cose senza svelarle troppo. Il suo lavoro realizzato per il concorso MEGAF, come anche altri che poi ho avuto il piacere di visionare, proprio come la mia musica, non cerca soluzioni, è attraversato di domande. Ha confermato quanto il dialogo tra forme d’arte diverse possa generare qualcosa di più onesto e vivo. Vedere il corto in concorso al MEGAF è stato un piccolo segno che restare fedeli a un modo di sentire – anche quando è fuori moda – ha ancora avere un senso.
Sarai sull’isola quest’estate per farci ascoltare i nuovi brani?
Sì, ci sarò. Intanto questo giovedì 10 luglio, in occasione dell’evento MEGAF, porterò i brani sul palco del Cineteatro San Gaetano con una formazione pensata apposta per l’occasione. Forse anche prima del 10, in una versione più minimale e intima. Sto provando a fare una sorta di piccola anticipazione di quello che sarà e poi, ad agosto, spero davvero di tornare a suonare ancora, il più possibile. Anzi, lo dico: sono apertissimo a proposte perché quest’estate vorrei che la mia musica camminasse ovunque, un po’ tra la Sicilia, la prima parte di terra ferma e poi soprattutto lì dove è nata, a casa.
SCHEDA DI PUZZLE DI DANILO RUGGERO
È disponibile Puzzle, il nuovo EP di Danilo Ruggero. Un lavoro intimo, frammentato, coerente nella sua incoerenza, che si muove tra soste, crepe, e verità scomode. In rotazione radiofonica anche il singolo omonimo, quarto brano della tracklist e cuore pulsante dell’intero progetto.
Puzzle, l’EP, è un percorso costruito senza l’urgenza di una trama o di una sintesi. È nato da appunti, ricordi, cose non dette. Ogni brano è un frammento a sé, tenuto insieme non da una storia ma da un’urgenza: quella di restare dentro al dolore senza tentare di ricomporlo troppo in fretta. Nessun messaggio, semmai un nodo da mostrare.
«Non volevo guarire, volevo solo guardare. Non cercavo risposte, ma la possibilità di restare nel dubbio, nella mia imperfezione. Puzzle non parla di risalite, ma di soste. Di radici che tirano e rami che cedono. Di una crescita fatta di contraddizioni, non di conquiste.», racconta il cantautore.
I brani che compongono l’EP – Sapone, Elefanti, Dagli Alberi, Puzzle e la sua versione alternativa che chiude il disco – attraversano diverse forme di perdita, memoria, resa, limite. Sono pagine di un diario privato che diventa musica, voce che si fa scrittura esposta. Una ricerca di presenza, più che di salvezza. Di consapevolezza, più che di risposte.
Il 6 giugno è uscito anche Puzzle, il nuovo singolo di Danilo Ruggero, che porta lo stesso nome dell’EP. Un titolo che non è solo un filo conduttore, ma una dichiarazione di intenti.
Puzzle è un brano che nasce da una frattura. Non da una soluzione, né da un equilibrio raggiunto. Parla dello smarrimento, della dispersione, della fatica di ricomporsi quando si è andati in pezzi. Ma, soprattutto, racconta l’idea che forse non serve tornare interi per potersi riconoscere. Forse si può essere autentici anche nella propria imperfezione. È una canzone che inizia in punta di voce, trattenuta, come chi non ha più troppe certezze da difendere, e poi si apre in una stratificazione sonora intensa, dove l’emotività diventa struttura, ritmo, direzione.
Il brano, scritto dallo stesso Ruggero, è stato prodotto insieme a Dadàmo, che ne ha colto sin da subito la tensione profonda, mantenendone intatta l’essenza anche dopo i successivi passaggi produttivi curati da Marco Zoppi (autore della versione alternativa del brano che chiude il disco), Pasquale Dipace e Alberto Laruccia. Il risultato è un pop-rock d’autore, viscerale e diretto, che non teme l’incompiutezza e anzi la attraversa.
«Puzzle è il mio dialogo interiore, a tratti accusatorio - racconta Danilo Ruggero - parla di senso di colpa, di fallimenti, di relazioni spezzate, di aspettative deluse. Ma anche di accettazione. Accettazione dei vuoti, delle crepe, dei pezzi mancanti. È una canzone importante per me, perché mi somiglia. Quel puzzle che non puoi finire, sono io. E va bene così.»
Con Puzzle, Danilo Ruggero firma il suo lavoro più crudo, personale e necessario. Un EP che non ricompone, ma accoglie. Che non chiude un cerchio, ma lascia uno spazio aperto.
ASCOLTA:
Spotify: https://open.spotify.com/intl-it/album/44iMmQa3TjhiS5PdvMqp6r?si=7ocE5tbHStqj7NwQbz2W7g
BIO
Danilo Ruggero è cantautore siciliano originario di Pantelleria. Intraprende il suo percorso musicale a Roma nel 2015, esibendosi nei locali con brani originali in italiano e in dialetto pantesco. La sua formazione artistica si affina all’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini, dove sviluppa ulteriormente il suo progetto musicale. Nel corso degli anni, Danilo riceve diversi riconoscimenti.
Nel 2017 è finalista al Premio De André con I figli dei figli degli altri. L’anno successivo, il 2018, vede la pubblicazione dell’EP In realtà è solo paura. Nello stesso periodo, vince alcuni concorsi di musica d’autore e gli viene assegnato il Premio della Critica di Amnesty International a Voci per la Libertà per il brano Agghiri ddrà.
Nel 2021 pubblica La sindrome del pesce rosso, realizzato in collaborazione con Dadàmo e Marco Zoppi, e nel 2022 esce Canzone per l’ultimo giorno dell’anno.
Nel 2023, Danilo viene selezionato tra i 100 progetti per il Concerto del Primo Maggio tramite 1MNEXT. Il 2024 è un anno di nuove uscite con i singoli Sapone, Elefanti (finalista al Premio Bindi).
Dagli alberi, pubblicato nel 2025, completa l’anteprima dell’EP Puzzle, in uscita il 6 giugno insieme al singolo omonimo.

Ho iniziato a 16 anni a scrivere sui giornali locali, per poi crearne uno, Punto a Capo, passando poi ai quotidiani e infine all’online.
Oggi, oltre a dirigere Punto a Capo Online e Punto a Capo Sport, collaboro con altri quotidiani online e dirigo l’Ufficio Stampa di Punto a Capo.
Inoltre, sono traduttrice, insegnante e Presidente della Onlus che pubblica il giornale. Faccio tante cose, probabilmente troppe, adoro scrivere, leggere e viaggiare e ho bisogno sempre di nuovi stimoli, di iniziare nuove avventure e creare nuovi progetti.





