Pantelleria un esempio di resilienza dove sviluppo e ambiente possono camminare insieme creando futuro

Pantelleria un esempio di resilienza dove sviluppo e ambiente possono camminare insieme creando futuro

20/03/2021 0 Di Giampietro Comolli

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Pantelleria un esempio di resilienza, di risorsa a disposizione, dove sviluppo e ambiente possono camminare insieme creando futuro. 

La transizione ecoambientale già c’è, va solo ottimizzata, efficientata e programmata nel lungo periodo per nuove generazioni

di Giam­pie­tro Comol­li    

Una agri­col­tu­ra rispet­to­sa dell’ambiente, pro­dut­ti­va, non inqui­nan­te può rea­liz­zar­si nel­la Pada­na come sul Tavo­lie­re, sul Gran Sas­so come a Pan­tel­le­ria. Cer­to che non tut­te le agri­col­tu­re sono ugua­li, non tut­te le aree geo­gra­fi­che pos­so­no ave­re le stes­se oppor­tu­ni­tà e prodotti.

Esi­ste una agri­col­tu­ra inten­si­va, in sin­te­si, e una agri­col­tu­ra esten­si­va: una tec­no­lo­gi­ca, inno­va­ti­va, all’avanguardia, com­pe­ti­ti­va, mol­to pro­dut­ti­va, red­di­ti­zia, con inve­sti­men­ti strut­tu­ra­li e stru­men­ta­li che guar­da diret­ta­me­ne al mer­ca­to dei gran­di numeri….ne esi­ste una altra, mol­to simi­le, ma con fat­to­ri di pro­du­zio­ne, poten­zia­li­tà, pos­si­bi­li­tà mol­to più ridot­te. In Ita­lia esi­ste una agri­col­tu­ra di nic­chia, part time, limi­ta­ta, spes­so mar­gi­na­le in ter­re abban­do­na­te e dimen­ti­ca­te che pro­du­ce cibi e vini eccezionali.

Ecco que­sta agri­col­tu­ra, oggi, alla luce del next gene­ra­tion EU, è una risor­sa a dispo­si­zio­ne che va pla­sma­ta, va por­ta­ta in auge, va mes­sa a red­di­to giu­sto. È una fon­te di occu­pa­zio­ne. Una agri­col­tu­ra di pre­ci­sio­ne aiu­ta le pro­du­zio­ni eco­so­ste­ni­bi­li e bio­di­na­mi­che, ma neces­si­ta fon­di e pia­ni di indi­riz­zo mol­to chia­ri e di lun­go perio­do, non assi­sten­zia­li­smo, nes­su­na mancetta.

La for­ma­zio­ne gio­va­ni­le e la spe­ri­men­ta­zio­ne sono due cana­li su cui inve­sti­re per inne­sca­re un pro­ces­so e un per­cor­so vir­tuo­so per il rispar­mio ener­ge­ti­co, pro­du­zio­ne di ener­gia puli­ta in pro­prio, minor emis­sio­ne di CO2 e scel­te pro­dut­ti­ve diver­se. Non si può pen­sa­re a pro­get­ti misu­re fon­di alla nasci­ta di gio­va­ni impre­se di fami­glie con­ta­di­ne a 1000 metri se non c’è la stra­da che arri­va, oppu­re man­ca la far­ma­cia e maga­ri la sede comu­na­le è a 30 km di mon­ta­gna in un comu­ne di 500 abi­tan­ti: tut­ti i sol­di pub­bli­ci e tut­ta la tec­no­lo­gia sareb­be­ro i soli­ti sol­di spe­si male. I fon­di ci sono, come sus­si­dio e come pre­sti­to, come soste­gno al red­di­to: biso­gna met­ter­li insie­me e a regi­me. Per que­sto che il pri­mo risul­ta­to da por­ta­re a casa è una nuo­va PAC 2021–2023-2027 per­ché quel­la oggi in discus­sio­ne non ha nul­la di ecoam­bien­ta­le, nul­la che inte­res­si la agri­col­tu­ra di mon­ta­gna, dei ter­ri­to­ri fra­gi­li, dif­fi­ci­li, vulnerabili.

Non ci vuo­le una PAC che pun­ti tut­to sul red­di­to, ma che sosten­ga una nuo­va impre­sa, gio­va­ni­le, lega­ta al ter­ri­to­rio socia­le, di pro­te­zio­ne civi­le, di sal­va­guar­dia del bene col­let­ti­vo. Fare agri­col­tu­ra in zone disa­gia­te e svan­tag­gia­te non vuol dire pun­ta­re sul­la inten­si­vi­tà del­la pro­du­zio­ne, ma sul cura­re e man­te­ne­re e miglio­ra­re la risor­sa natu­ra­le esi­sten­te. Ci vuo­le una PAC per le “aree vul­ne­ra­bi­li euro­pee” che par­li di dife­sa del suo­lo agra­rio, pre­mi bio­di­ver­si­tà e rispar­mio di acqua, sti­mo­li a gover­na­re e rac­co­glie­re con model­li idro­geo­lo­gi­ci sicu­ri gli ecces­si cli­ma­ti­ci e le occa­sio­na­li piog­ge, aiu­ti la nasci­ta di impre­se polie­dri­che fami­glia­ri, pre­mi le atti­vi­tà soste­ni­bi­li per la comu­ni­tà, sosten­ga anche le aree impro­dut­ti­ve ma da man­te­ne­re, impon­ga la posa del­la fibra e del­la ban­da lar­ga velo­ce e sicu­ra e  una tran­si­zio­ne digi­ta­le, spin­ga per azio­ni e misu­re di coe­sio­ne sociale.

La PAC oggi in discus­sio­ne non inter­vie­ne sul­la mega-aree a mono­cul­tu­ra, pre­mia l’agroindustria di gran­di esten­sio­ni, di tec­no­lo­gia mec­ca­ni­ca, di inter­ven­ti fisi­co-chi­mi­ci sem­pre al limi­te. Il tut­to sem­bra non in linea con il tan­to decan­ta­to Green Deal”.

Riba­di­sco il con­cet­to già espres­so: in Euro­pa esi­sto­no alme­no due tipi di agri­col­tu­ra diver­sa, det­ta­te da con­di­zio­ni ogget­ti­ve e evi­den­ti a tut­ti, geo-mor­fo­lo­gi­che, cli­ma-ambien­ta­li, agro-pro­dut­ti­ve a secon­da di ogni regio­ne e all’interno di ogni regione.

L’isola di Pan­tel­le­ria non è come l’isola gran­de Sici­lia, trop­po diver­se soprat­tut­to nel­le neces­si­tà pri­ma­rie di vita quo­ti­dia­na, ma per lo stes­so agri­col­to­re o viti­col­to­re. Fare il vigna­io­lo a Mar­sa­la non è come far­lo sul­la Mon­ta­gna Gran­de pan­te­sca: socia­li­tà, occu­pa­zio­ne e red­di­to, istru­zio­ne e via­bi­li­tà, tra­spor­ti e sani­tà, rap­por­ti con la ter­ra, digi­ta­liz­za­zio­ne e con­nes­sio­ne inter­net cam­bia­no in modo asso­lu­to, abis­sa­le. Due modi di vive­re e di pro­dur­re oppo­sti. Se poi si entra nel­la tute­la e dife­sa del ter­ri­to­rio, le diver­si­tà aumen­ta­no. Per que­sto che nel­le “aree vul­ne­ra­bi­li, dif­fi­ci­li, fra­gi­li, sen­si­bi­li ai cam­bi repen­ti­ni” la agri­col­tu­ra è stret­ta­men­te lega­ta a filo dop­pio alla socia­li­tà, col­let­ti­vi­tà, vivi­bi­li­tà, vita­li­tà, salu­bri­tà dell’ambiente civi­le comu­na­le e occor­re rea­liz­za­re un pia­no auto­no­mo e diverso.

La pro­du­zio­ne agra­ria non è solo una pro­prie­tà aper­ta quan­do si va per fun­ghi, per fio­ri, a far meren­da e pic nic,  per frut­ti spon­ta­nei o cura­ti, ma in cer­te aree diven­ta una atti­vi­tà inte­gra­ta con tut­to quel­lo che c’è o non c’è. Sono anco­ra trop­pi in Ita­lia i comu­ni che non han­no inter­net in modo con­ti­nuo e sicu­ro: su 8100 comu­ni 4250 sono in aree dif­fi­ci­li, di que­sti 1800 han­no pre­ca­rie e occa­sio­na­li con­nes­sio­ni con pon­ti radio, bas­sa fre­quen­za, assen­za di wire­less, cir­ca 300 sen­za nulla! 

Come si fa a man­te­ne­re una impre­sa agra­ria distan­te 20–30 km da un cen­tro urba­no, sen­za con­nes­sio­ne inter­net, sen­za medi­co, far­ma­cia, uffi­ci posta­li e ban­ca­ri, impos­si­bi­li­tà di fare impre­sa per­ché man­ca for­za lavo­ro, quan­do c’è è part time e sot­to­pa­ga­ta. Oggi pen­sa­re a un altro spo­po­la­men­to di Pan­tel­le­ria, dei ter­ri­to­ri mon­ta­ni e svan­tag­gia­ti, vor­reb­be dire un dan­no socia­le e civi­le irrecuperabile.

Biso­gna rifon­da­re comu­ni­tà con lavo­ri sta­bi­li, red­di­to giu­sto e con l’obiettivo di pre­si­dia­re, cura­re, alle­va­re, col­ti­va­re, puli­re e tene­re in sicu­rez­za. Tut­ta la socie­tà nazio­na­le “ed euro­pea“ deve tener con­to e pri­vi­le­gia­re que­sta con­di­zio­ne natu­ra­le come una risor­sa da sfrut­ta­re in ter­mi­ni di eco­so­ste­ni­bi­li­tà, di baluar­do dell’inquinamento, di man­te­ni­men­to. Il tema non è sem­pli­ce, non si risol­ve con qual­che con­tri­bu­to a fon­do per­du­to, a pre­sti­to age­vo­la­to, a qual­che impre­sa gio­va­ni­le, a sgra­vi fisca­li e tributari.

C’è biso­gno di un pia­no nazio­na­le: il 75% del ter­ri­to­rio ita­lia­no è oltre i 350 metri di altitudine.

Non aspet­tia­mo che tut­to crol­li a val­li inesorabilmente.